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Oltre l’accoglienza. L’integrazione sociale dei migranti in uscita dallo SPRAR: un’indagine a Catania

Immigrazione
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Attraverso un’indagine sul campo, si analizzano i processi di integrazione dei migranti rifugiati che hanno partecipato allo Sprar di Catania.

INTRODUZIONE

Parlare di “integrazione” è come camminare su un terreno scivoloso. Utilizzato comunemente da chiunque, individui o istituzioni, questo concetto permea sempre più il linguaggio del quotidiano. Può riferirsi a un percorso a tappe predisposto per i soggetti considerati al margine della società. Oppure, connota il modo in cui un individuo si lega alla società mobilizzando risorse personali e razionalità multiple. Tuttavia, è soprattutto nell’attualità dei fenomeni migratori che la nozione si problematizza e in molti pongono la questione degli ostacoli, dei disfunzionamenti e delle ostilità delle istituzioni politiche che offrono, o impongono, integrazione.

Questa ricerca sul campo si propone di studiare il problema di “integrare” in una società le donne e gli uomini che fanno domanda di asilo politico. Lo fa da un terreno di confine, dove gli obiettivi e gli strumenti del Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) s’incontrano con le rappresentazioni e le risorse mobilizzate dai soggetti in migrazione. Ultimo stadio del sistema d’accoglienza italiano, lo SPRAR si compone di una rete di progetti gestiti da organizzazioni del terzo settore (enti gestori) ed enti locali che accedono al Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo (FNPSA). Istituito con la legge 189/2002, è generalmente considerato uno dei migliori sistemi di integrazione nell’ambito dell’asilo, anche per l’organizzazione in centri di piccole dimensioni e appartamenti inseriti in contesti urbani. Nel 2015 contava 29.698 persone accolte (Atlante Sprar).

Riferita alla realtà locale della città metropolitana di Catania, l’indagine intende comprendere con un approccio qualitativo i percorsi sociali e professionali dei migranti usciti, o in fase di conclusione, dai progetti SPRAR. La comprensione delle pratiche e delle regole d’assistenza è confrontata con i diversi punti di vista dei migranti, in una descrizione oscillante tra storie di assistiti e percorsi sociali d’inserimento lavorativo. In questo quadro, ci si propone di comprendere l’influenza che le politiche d’asilo e le relazioni d’aiuto hanno nel rapporto tra migrante e società d’accoglienza. Si porrà, infine, un rilievo particolare alle questioni e alle sfide che i richiedenti asilo, i rifugiati, o in generale i soggetti in migrazione, pongono alla società occidentale ed europea in riferimento alle nozioni di “accoglienza”, “ospitalità” e “asilo”.

 

1. PISTE TEORICHE DI RICERCA

Per quanto sia necessaria un’azione che argini la logica securitaria di alcune istituzioni, i tentativi di vittimizzazione dei migranti non rendono giustizia della varia natura delle circolazioni migratorie (Peraldi 2005). Alcuni studiosi (Tarrius 1995; Portes 1999; Peraldi 2001) hanno individuato quattro caratteristiche delle migrazioni odierne: 1. si appoggiano sulla forza sedentaria delle migrazioni di vecchia data; 2. lo status di imprenditore è il nuovo modello di riferimento degli aspiranti alla mobilità; 3. la migrazione è caratterizzata dalla pendolarità e dall’itineranza; 4. i percorsi migratori si combinano con attività commerciali transnazionali. Alla luce di ciò, sono in discussione concetti quali la crisi della presenza (De Martino 1948) o la fragilità tipica di chi si approccia all’assistenza sociale (Paugam 2013 [1991]), idee su cui si fonda il modello di presa in carico del migrante. Decostruendo la nozione di “marginalità” sulla base dell’interdipendenza che sussiste tra il presunto marginale e i servizi pubblici d’aiuto, si sposta l’attenzione, dal soggetto in quanto vittima, al rapporto dello stesso con l’istituzione, alle sue potenzialità operative, alla sua agency (Giddens 1976).

La riflessione mette in luce i limiti del modello d’accoglienza nella sua incapacità di valorizzare le “condizioni di agentività” del soggetto migrante (Furri 2016). Appoggiandosi su concetti quali la vulnerabilità, l’isolamento sociale, l’inadeguatezza del migrante nella gestione del denaro, il bisogno di integrazione sociale, il dispositivo incentiva meccanismi di violenza simbolica (Bourdieu 1980), intesa come dimensione culturale della violenza strutturale (Galtung 1969). In altre parole, il sistema d’accoglienza, SPRAR compreso, non è al riparo da logiche e meccanismi di violenza e controllo. Attraverso un decentramento epistemologico, il ricercatore deve quindi porsi in osservazione, prestando attenzione sia a ciò che rende immutabili le situazioni (Balandier 1988), sia su quanti vivono nel disordine e nella marginalità, essendo questa il prodotto stesso della politica dell’ordine.

L’organizzazione in due livelli d’accoglienza, si riflette nei termini usati dai migranti: rispettivamente di «campo», per indicare i centri governativi, e di «progetto» e «comunità», che si riferiscono allo SPRAR organizzato in gruppi-appartamento inseriti in contesti urbani. Il primo è un concetto antropologico evocativo della soluzione politica dell’encampement, cioè di una maniera per contenere l’essere umano di troppo (ibidem); la «forma campo», luogo eterotopico (Foucault 1984), è uno spazio di «esclusione», «extraterritorialità» ed «eccezione» (Agier 2013), ma anche un crocevia cosmopolita, luogo di conoscenza e di attivazione di reti sociali d’affinità elettiva (Paugam 2008). La messa al bando dal punto di vista spaziale e il regime di sospensione dei diritti civili e politici, costituiscono le cause dell’esclusione sociale. Al contrario, l’“integrazione sociale” si intende in due modi (Paugam 2014): l’individuo si lega alla società, mobilitando una serie di risorse e legami sociali, ma egli è anche integrato dalle regole che la società gli impone (ibid.: 2). Nel processo di integrazione c’è idealmente spazio sia per i percorsi degli individui (progetti personali), che per le regole che li contengono (progetti d’assistenza e d’accoglienza), sebbene queste ultime abbiano anche degli effetti negativi che tendono a rafforzare l’idea di vittime, fragili o assistiti (ibidem), con conseguenti rischi di marginalità o di degradazione sociale (Paugam 2013 [1991]).

 

2. METODOLOGIA

La ricerca sul campo, condotta secondo l’approccio comprensivo della grounded theory (Glaser – Strauss 1973), ha utilizzato due principali strumenti d’indagine: l’intervista in profondità (semi-strutturata o libera) e l’osservazione partecipante. Il contesto d’analisi è stato circoscritto alla città metropolitana di Catania (comuni di Catania e di Aci Sant’Antonio). Nell’ambito di alcuni aspetti sull’inserimento lavorativo dei migranti, si è deciso, inoltre, di comparare uno degli SPRAR etnei a un progetto in un’altra provincia italiana (Vicenza, SPRAR “Alto Vicentino”).

Si è scelto di intervistare 6 persone già uscite dal progetto territoriale, 4 in conclusione, ma con la particolarità di aver vissuto un periodo prolungato d’assistenza (in media 2 anni), e, infine, un caso di migrante uscito volontariamente dall’accoglienza prima di entrare nello SPRAR. I paesi di provenienza rappresentati sono: Mali (5), Gambia (4), Nigeria (1) e Somalia (1). I soggetti, 10 uomini e una donna, rappresentano un campione con una permanenza media nello SPRAR di 17 mesi. Essi sono richiedenti protezione internazionale (3 diniegati, in fase di ricorso in tribunale), protetti umanitari (5), sussidiari (2) e rifugiati (un caso).

La mediazione degli enti gestori nel reperimento degli interlocutori è stata, dunque, rilevante. Queste organizzazioni, infatti, hanno il compito di erogare i servizi SPRAR nell’ambito del progetto di cui responsabile è l’ente locale. Di conseguenza, la triangolazione delle fonti ha permesso di registrare anche i punti di vista di responsabili comunali, di coordinatori, di psicologi e di alcuni operatori SPRAR. La forma dell’inserimento prolungato sul campo ha fornito l’occasione per raccogliere anche altri dati: esperienze di altre organizzazioni di supporto alle popolazioni migranti, di associazioni di volontariato e di attivisti sul tema dell’asilo. Infine, è stato elaborato un breve questionario per raccogliere dati quantitativi per la comparazione tra due progetti SPRAR: il primo a Catania, il secondo in provincia di Vicenza (comuni di Santorso e Schio).

Lo sviluppo della ricerca, basata principalmente sulla raccolta di dati discorsivi, si è confrontata con diverse problematiche sull’utilizzo del metodo dell’intervista faccia a faccia. Molti soggetti, hanno, infatti, denunciato una percezione negativa dello strumento, a cui spesso è associato il timore di essere controllati. Questa sensazione è meglio comprensibile se si considera l’intervista come lo strumento principale nell’approccio che la società d’accoglienza propone ai soggetti in migrazione: il momento dello sbarco, il rilevamento delle impronte digitali, l’intervista della Commissione per la valutazione della domanda d’asilo, il primo rapporto con i gestori dei centri d’accoglienza, SPRAR compreso, e con un insieme variegato di istituzioni o attori locali (centri per l’impiego, questura, ambulatori medici, datori di lavoro) sono tutte scene di tensione che influiscono sul senso di malessere richiamato da diversi interlocutori.

 

3. DESCRIZIONE DEL CONTESTO

Monitorati dal Servizio Centrale, ente gestito dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), i progetti SPRAR sono definiti di secondo livello perché chi vi entra è solitamente uscito da una struttura di ricezione di primo livello.[1] Istituito nel 2001, il metodo d’accoglienza si fonda sui concetti di “accoglienza emancipante” (stabilita la precarietà, si attiva un’assistenza che ha lo scopo di far “riconquistare” l’autonomia ai soggetti) e di “accoglienza integrata”, processo attraverso cui i beneficiari d’aiuto «[ ricostruiscono] le proprie capacità di scelta e di progettazione e riacquista[no] la percezione del proprio valore, delle proprie potenzialità e opportunità» (Manuale operativo SPRAR 2015). I servizi d’inserimento previsti dallo SPRAR sono: mediazione linguistica e culturale, orientamento ai servizi del territorio, formazione professionale, accompagnamento legale, all’inserimento lavorativo, all’inserimento abitativo, all’inserimento sociale, e tutela psico-socio-sanitaria.

 

3.1 I contesti locali: Catania e l’Alto Vicentino

La rete degli SPRAR catanesi si fonda su progetti organizzati in diversi gruppi-appartamento all’interno della città (circa 15 persone per immobile). I gestori sono i consorzi “Il Nodo” (gestore di progetti SPRAR dal 2001) e “Sol.Co. Rete di Imprese Sociali Siciliane” (dal 2014). Del progetto territoriale l’ufficio responsabile è il Progetto Immigrati - Casa dei Popoli, attivo dal 1995 come struttura permanente di riferimento per le comunità di cittadini stranieri in città. L’ufficio promuove attività culturali, fornisce servizi di mediazione, consulenza sociale e legale e corsi di lingua italiana per adulti. Per il comune di Aci Sant’Antonio l’ente gestore è, invece, la cooperativa Luoghi comuni.

Anche per l’Alto Vicentino, il progetto SPRAR si sviluppa da un’esperienza d’accoglienza iniziata negli: negli anni Novanta. Durante gli esodi per i conflitti balcanici si è attivata una rete di associazioni ed enti locali impegnati in progetti di assistenza qualificata. Di quest’esperienza è erede l’associazione “Il mondo nella citta” di Schio, attualmente gestore dello SPRAR di cui responsabile è una rete di 12 enti locali.

 

TABELLA 1 – I migranti accolti nei progetti in questione e dato nazionale (2015)

fonte: questionario realizzato nell’ambito della ricerca e compilato dai coordinatori dei due progetti SPRAR

 

3.2 Lavorare durante e dopo lo SPRAR

Una breve comparazione tra i contesti di Catania e dell’Alto Vicentino può essere condotta da una triangolazione di dati riguardanti l’inclusione professionale sui due diversi contesti. I dati utilizzati sono stati ricavati da due questionari realizzati nell’ambito della ricerca. Dalla tabella sottostante possono seguire alcune brevi considerazioni.

 

TABELLA 2 – Alcuni servizi di inclusione professionale erogati dallo SPRAR

fonte: questionario realizzato nell’ambito della ricerca e compilato dai coordinatori dei due progetti SPRAR

 

 

La città di Catania e il territorio dell’Alto Vicentino sembrano aver proposto nel 2015 un numero simile di possibilità d’inserimento lavorativo agli ospiti SPRAR. Dalle interviste ai due coordinatori di progetto emerge l’importanza della collaborazione tra lo SPRAR e attori terzi della città (imprese, scuole, centri di formazione, rapporti di vicinato, occasioni di incontri pubblici). I contatti si traducono spesso in segnalazioni di lavoro o di opportunità di tirocinio formativo. A Catania e nell’Alto Vicentino questa rete è permessa dall’intensa collaborazione delle istituzioni comunali, che nel caso veneto sono unite in una rete di 12 comuni. Per quanto riguarda il periodo post-SPRAR, i dati sulle carriere sociali dei migranti sono molto scarsi. Una causa è l’assenza di una banca dati che monitori il post-accoglienza. Tuttavia, triangolando diversi dati raccolti è emerso che dagli SPRAR catanesi circa il 66% dei migranti si trasferisce fuori regione, mentre nel caso vicentino circa il 50% dei fuoriusciti è rimasto sul territorio. 

 

4. RISULTATI DI RICERCA

Provenienti da situazioni di conflitto o da realtà economiche complesse, i migranti intervistati si caratterizzano essenzialmente per la giovane età (in media 26 anni) e la prevalente appartenenza alle classi medio-basse di realtà urbane. Si tratta perlopiù di ex lavoratori dipendenti, con due casi di ex commercianti autonomi e una giornalista. Su undici, due sono contadini. In molti, inoltre, praticavano più di un mestiere, altri erano pendolari tra il luogo di lavoro in città e l’abitazione in campagna. Il gruppo sociale più rappresentativo è quello dei soninké (provenienti dal Mali o dal Gambia),organizzati tradizionalmente in famiglie allargate di agricoltori o commercianti.

Sebbene gli elementi autobiografici emergano con difficoltà lasciando più spazio a quanto relativo alla permanenza nella società italiana, nelle interviste si ritrovano molti di quegli aspetti evidenziati dalle più recenti ricerche sui movimenti migratori nel e dal continente africano (Peraldi 2005, 2011). In primo luogo, sono centrali la mobilità e le esperienze migratorie precedenti a quella verso l’Europa. La ricerca del lavoro in contesti sociali differenti da quelli di provenienza, in particolare nel settore del commercio ambulante, è un’esperienza che si vive fin da giovanissimi. Il pendolarismo all’interno del continente africano coinvolge singoli avventurieri o intere famiglie che si spostano seguendo antiche rotte migratorie, percorse in passato da famigliari o conoscenti, sicché quando qualcuno giunge in Europa anche all’età di 17 anni, può vantare alle spalle già diversi anni di migrazione. La storia di Didier, migrante maliano ventenne e aspirante calciatore, è rappresentativa di un secondo aspetto interessante: lo statuto imprenditoriale che orienta oggi le migrazioni africane contemporanee. Il migrante lascia il proprio paese più per un desiderio d’essere, di farsi da sé, che per un’opportunità lavorativa definita, come avveniva, invece, per le migrazioni all’epoca del modello industriale salariale (Peraldi 2005). L’immagine diffusa del migrante come vittima, incapace di emanciparsi e obbligato a conquistare l’autonomia individuale è, dunque, fuorviante. Si ritiene pertanto necessario avviare un ragionamento per comprendere quei conflitti che nascono da una degradazione di statuti sociali che si sviluppano nella società d’accoglienza.

 

4.1 Progetti personali e progetti d’accoglienza

Dalle interviste ai migranti emerge l’esistenza di un equilibrio precario che sussiste tra i propri progetti (personali, migratori) e quelli proposti dalle istituzioni d’accoglienza. Questa conciliazione si appoggia su quattro elementi. Innanzitutto, la partecipazione sociale, intesa nell’idea di un rapporto in costruzione con la società italiana, è associata a un costante bisogno di essere “regolarizzati”, cioè riconosciuti giuridicamente come titolari di autonomia. In secondo luogo, la relazione d’aiuto è quel periodo prolungato, in cui il migrante sperimenta lo stato di «eccezione», cioè un’attesa «hors du nomos» del riconoscimento di un nuovo ruolo nella società (Agier 2002). L’umanitario allora si presenta al migrante come il primo ambiente umanamente abitabile in grado di consentirgli l’accesso alla comunità umana (Baligand 2013), sebbene sia percepito dai suoi beneficiari a volte come risorsa, a volte come causa di tensione tra le regole imposte e l’autonomia desiderata (Franguiadakis, Jaillardon, Belkis 2004: 54; citato in Baligand 2013: 63). Un terzo elemento significativo è il lavoro, o meglio un percorso eterogeneo di inserimenti lavorativi, che è inteso come strumento di partecipazione alla vita pubblica anche in presenza di situazioni di precarietà, inattività, discriminazioni e sentimenti d’inutilità. Infine, nello stato di eccezione, attesa e conflitto, i migranti cercano di legare il proprio presente con lo statuto sociale che avevano o che s’immaginavano. La quarta variabile dell’equilibrio è costituita, quindi, dagli spazi di emersione di queste individualità: l’economia domestica, la preparazione o la consumazione del cibo, l’uso del denaro, sono tutte “situazioni di frontiera” (Agier 2013), cioè spazi in cui il singolo può emergere e affermarsi a prescindere dalle identità che gli sono ascritte.

La combinazione dei quattro elementi porta a diverse rappresentazioni del ruolo dello SPRAR nei diversi percorsi di integrazione sociale. Queste sono riassumibili in due prospettive: da un lato, la percezione che lo SPRAR sia un’opportunità per approcciarsi a una società d’accoglienza e al suo complesso e intricato sistema di regole; dall’altro, la responsabilità della società che con il suo sistema di regole SPRAR ostacola le azioni e i progetti dei singoli.

 

4.2 Integrazione positiva: lo Sprar come risorsa

La concezione dello SPRAR come opportunità di integrazione si basa sul ruolo della conoscenza delle regole (norme sociali, leggi, norme di comportamento), necessaria per entrare in contatto con la società d’accoglienza. Essere “regolarizzati” o “regolarizzarsi” è, quindi, il procedimento inteso nel doppio senso di essere protetti e riconosciuti come soggetti autonomi (Paugam 2008).

 

4.2.1 Regolarizzarsi per un bisogno di sicurezza

L’ “integrazione sociale” si fonda su un’ambivalenza di significati. Sebbene le politiche pubbliche parlino di “integrazione” per definire le regole che la società organizza e impone sugli individui (Paugam 2014), sia i migranti che gli operatori intervistati, definiscono il processo di «integrazione» come un insieme di azioni che l’individuo compie per legarsi alla società.

Hassan, protetto sussidiario dal 2009, descrive la sua vita in Italia come un «percorso difficile, in cui è stato fondamentale mettersi in gioco e diventare protagonista del proprio cammino» (04/01/17: Hassan, ex ospite Sprar Schio). La sua difficoltà va letta alla luce di un’analisi del concetto di «protezione», definita dal sociologo Serge Paugam (ibid.: 7) come un insieme di supporti che l’individuo mobilita di fronte alle difficoltà della vita (risorse famigliari, di comunità, professionali, sociali…). Si tratta di una protezione regolata e supposta dalle istituzioni sociali, in questo caso, dalle organizzazioni d’aiuto e d’assistenza riguardanti le popolazioni migranti. Dall’analisi delle interviste emerge tuttavia l’insufficienza di tale “protezione”, poiché non comprensiva di uno spazio di autonomia: il migrante sottolinea che solo la valorizzazione della propria capacità d’agire può garantirgli quella “sicurezza” necessaria a vivere in condizioni adeguate e in relazione di fiducia nei confronti di un gruppo sociale accogliente. Il bisogno di sicurezza significa quindi non solo essere protetti da altri, ma anche sentirsi riconosciuti come soggetti capaci di agire in relazione con altri (ibidem). Nondimeno, la “sicurezza” concerne anche la regolarizzazione della propria situazione giuridica, problema considerato prioritario per viaggiare in Europa e trovare regolarmente un impiego.

 

4.2.2 Conoscere le regole per assicurarsi spazi d’autonomia

E’ opportuno domandarsi quanto i servizi forniti dall’assistenza influiscano sulla percezione che il migrante ha della società e delle sue regole. Il progetto SPRAR, ad esempio, prevede sanzioni in caso di assenza alle lezioni di italiano, rivelando l’idea che spetti all’individuo legarsi alle istituzioni sociali (scuola, formazione, lavoro), in un movimento strutturato su tappe prestabilite. Il Servizio centrale, infatti, indirizza gli enti gestori a investire il 20% dell’intero budget di progetto per spese dedicate, appunto, all’ “integrazione”. Il ruolo dei coordinatori SPRAR è, dunque, centrale e sembra che in molti casi le opportunità lavorative degli ospiti dipendano in gran parte dall’impegno e dall’abilità del coordinatore, coadiuvato dall’équipe di operatori, nel cercare opportunità di formazione o inserimento lavorativo. Inserito in questa logica, il migrante sembra perdere spazi di autonomia sacrificati in nome dell’aderenza all’intricato sistema di regole. Eppure tra molti intervistati è diffusa l’idea che il soggetto possa trovare “spazi di agentività” (Furri 2016) al suo interno. Si parla di “mettersi in gioco”, cioè di un’autonomia cercata in primis dal migrante stesso, e dell’importanza di limitare il controllo delle istituzioni d’aiuto. L’attività del commercio permette una lucida metafora sull’importanza delle regole per ritagliarsi adeguati spazi di autonomia: «Chi fa commercio sa che bisogna conoscere molte cose e seguire questa strategia: sapere cosa e come trovare, quali ostacoli occorre superare e cosa e come si vuole guadagnare». Mamadou, ex commerciante maliano, considera lo SPRAR come una buona fonte di conoscenza delle norme della società italiana. Questo è grazie all’istruzione obbligatoria che permette di «vivere bene»: come soggetto autonomo che “non ha bisogno di domandare qualcosa a qualcuno”.

 

4.2.3 Lo Sprar come ambiente ospitale

Se per le strutture di prima accoglienza, spazi di sospensione, confino e deprivazione, i migranti utilizzano il concetto di «campo» (Agier 2013), per definire lo SPRAR essi adoperano i termini «progetto» e «comunità». Nel linguaggio istituzionale, poi ripreso dagli stessi migranti, con «progetto» s’intende l’operato dello SPRAR nelle sue finalità e nei servizi erogati; con «comunità» si definisce lo spazio sociale di convivenza degli “ospiti”. “Beneficiario”, “utente”, “ospite” sono utilizzati per rimarcare le condizioni di destinatari di un progetto di integrazione sociale e di persone in uno stato ambivalente di «ospitalità»: da risorsa dell’asilo (Agier 2013) alla precarietà di un abitare temporaneo. Per coloro i quali lo SPRAR è un insieme di regole utili all’autonomia, gli operatori sono «educatori» e le regole del «progetto» e della «comunità» coincidono con le norme immaginate per la corretta convivenza sociale tra individui.

A tale doppia concezione dello SPRAR, come spazio differente rispetto ai centri di prima accoglienza e come tempo di conoscenza di regole per lo sviluppo di una propria autonomia, si associano, infine, alcune riflessioni sulla relazione d’aiuto, descritta, in primo luogo, come un’opportunità. Tra gli ospiti dello SPRAR, perfino chi si dimostra più critico rileva l’utilità dei servizi ricevuti. Il valore è innanzitutto simbolico: l’aiuto, che oltre a essere un mezzo indispensabile per i propri scopi, è anche premessa alla creazione di legami sociali. Non è raro, ad esempio, il riferimento ai salvataggi in mare, intesi come prima relazione umana che permette al migrante di entrare a far parte di una nuova comunità (Baligand 2013), né l’attribuzione all’operatore SPRAR del successo del proprio percorso d’inserimento professionale. Così, la relazione con lo SPRAR diventa strumentale all’«ospitalità» in quanto le regole hannouna funzione di ponte tra il migrante e la società-città (Agier 2013: 37).

 

4.3 Integrazione negativa

Secondo una prospettiva opposta, lo SPRAR può divenire terreno di conflitto con la conseguente crisi dell’ “ospitalità” e della distanza sociale con la società d’accoglienza.

 

4.3.1 Diventare passivi in uno stato d’eccezione

Il rischio di produrre passività nei soggetti migranti è accentuato in primis dall’influenza negativa dell’assistenza nei tradizionali spazi d’emersione dei soggetti, tra i quali le occasioni di preparazione e consumazione del cibo e l’uso del denaro. Non è un caso che questi siano anche le principali cause di conflitto tra operatori SPRAR e migranti.

Seppur condivisibile l’indicazione del Manuale operativo (2015) per la preparazione autonoma del cibo, cioè di favorire una graduale autonomia dei beneficiari nella gestione della quotidianità, è discutibile la ragione della preferenza. Considerando il migrante come soggetto da “educare” perché non in grado di gestire i propri bisogni autonomamente, si esercita una violenza simbolica che nega la soggettività del migrante e la sua stessa natura di avventuriero, ma soprattutto dimentica la straordinaria funzione-ponte dell’alimentazione: il pasto è un elemento rituale, strumento di definizione di appartenenze multiple e evocatore della propria terra madre nel processo di costituzione di nuove identità.

Anche la distribuzione di denaro liquido (pocket money) mette in seria discussione la soggettività del migrante: dei 2,50 € giornalieri previsti dallo SPRAR di Catania, 1,50€ per giorno è consegnato una volta al mese e 1€ per giorno è consegnato al momento delle dimissioni dal progetto. Aldilà del disaccordo dei migranti sulle modalità di distribuzione dell’esigua somma, molto interessante è l’uso che del denaro è fatto: molti comprano cibo “migliore” riconfermando la portata del gesto di provvedere da sé alla propria sopravvivenza. Mamadou ha un’idea precisa della moneta come strumento emancipatore (Zelizer 2005: 326) e come mezzo per una condizione di indipendenza finanziaria (Servet 2006): “Se mi metti i soldi nella mia mano io so dove e come investirli. Ho idea delle strategie da realizzare per avere un posto qui in Italia”. Il fatto di ricevere solo aiuti in termini di beni o servizi e una ridotta e regolata liquidità, trascurando la portata della significazione sociale del denaro (Zelizer 2005), non permette agli utenti SPRAR di accedere a forme di pagamento e di prestito sostenibili, a discapito anche della costruzione di legami sociali professionali. In una condizione di stigmatizzazione finanziaria, cioè d’impossibilità di disporre liberamente della moneta, la dipendenza dall’ente caritativo aumenta (ibid.: 73), diminuendo allo stesso tempo lo spazio d’emersione che ogni soggetto si crea attraverso la soddisfazione di propri bisogni e di strategie di differenziazione sociale. Discorso ancor più valido se si considera la natura di imprenditori e piccoli commercianti, tradizionalmente legati a famiglie che lo sono da generazioni. L’indipendenza dell’ospite SPRAR è, dunque, strettamente condizionata anche dalla concezione culturale tipica della logica dell’integrazione unilaterale, che vuole i poveri incapaci di gestire la moneta (ibidem).

 

4.3.2 Considerare i soggetti come isolati

L’agentività del soggetto è a rischio anche per la considerazione diffusa, e confermata dai programmi SPRAR di orientamento al lavoro, del migrante come soggetto isolato e senza legami, reali o potenziali, nella società ospitante. Nei programmi di inserimento lavorativo, il coordinatore SPRAR assume un ruolo chiave di mediazione con la società d’accoglienza, che si articola nella gestione di lungaggini burocratiche e legali e si scontra con i limiti di una collettività che sceglie settori d’impiego per i migranti. La segmentazione del lavoro può essere gestita con contatti con reti di immigrati da tempo residenti in Italia. Considerati da alcuni come condizione del migrare (Peraldi 2005, 2011), il valore che queste reti assumono nella quotidiana ricerca di lavoro è, infatti, un legame debole (Granovetter 2008): i migranti, prendendo contatto con i connazionali, possono essere segnalati ai datori di lavoro da persone che da anni frequentano i settori ad alta occupazione immigrata. La facoltà di «se debrouiller»[4] nelle reti certo non rispecchia l’idea diffusa del migrante come soggetto solo e isolato nella società ospitante.

 

4.3.3 Considerare i soggetti come deboli e svantaggiati

Infine, questo stato di “eccezione” produce un processo di degradazione sociale che riguarda soprattutto i richiedenti asilo che ricorrono in tribunale per contestare il giudizio negativo alla propria domanda di protezione[5]. Soggetti dotati di diverse risorse, essi fanno esperienza di uno stato d’attesa che ne immobilizza la spinta propulsiva. Idonei a rimanere nello SPRAR fino all’esito del ricorso, che spesso si prolunga per diversi mesi se non anni, a questi migranti è richiesto comunque di soddisfare un modello di integrazione sociale all’interno di una perdurante assistenza, dove gli unici diritti sono quelli di “utente” di un supporto umanitario (Baligand 2013). L’ “eccezione” (Agier 2013) si definisce, quindi, in una prolungata condizione di svantaggio dove si nega il riconoscimento del legame di cittadinanza (Paugam 2008).

In condizione di fragilità interiore, tipica di forme sistema d’assistenza (Paugam 2013 [1991]), la persona che subisce l’aiuto può talvolta elaborare delle strategie razionali per reagire alla crisi (ibid.: 58). Il maliano Boubacar, afferma, ad esempio, che aspetta l’ottenimento dei documenti per poi andarsene da Catania. Nel frattempo, concepisce lo SPRAR come un mero mezzo di sostentamento.

Questo atteggiamento strumentale, definito “passivo” dal personale SPRAR, è indice di molteplici situazioni di disagio e di razione. Alcuni operatori percepiscono proprio in questi casi la delicatezza del proprio ruolo. Altri s’impongono una giusta distanza, formalizzata, nel caso di uno SPRAR catanese, in una procedura standardizzata d’erogazione dei servizi[6]. Indicativa, inoltre, è la concezione che imputa alla reazione del migrante la causa della passività dimostrata: «Indico con il termine “assistenzialismo” il disinteresse progressivo che [gli ospiti SPRAR] proverebbero riguardo al proprio progetto di vita e, quindi, allo SPRAR [che], invece, è un’opportunità da sfruttare, che aiuta […] e ti fa vedere come spendere le risorse e ti guida a farlo. (17/11/16: coordinatore SPRAR Catania). Infine, questa distanza arriva a esprimersi con una protesta dell’operatore per il senso di «ingratitudine» che il migrante dimostrerebbe, arrivando anche a voler indagare dell’autenticità del loro essere «veri» richiedenti asilo: «La maggior parte di loro non ha sicuramente diritto all’asilo politico, perché quando uno scappa da guerre allarga le braccia, è aperto all’aiuto e si mette in moto in modo attivo» (27/01/16: operatore SPRAR Catania)

 

4.3.4 “Extraterritorialità” e minaccia di “esclusione”

Il sentimento d’angoscia nell’eccezione provato da alcuni migranti fa emergere la crisi dell’asilo (Agier 2013: 37). Il senso di fragilità può, infatti, diventare percezione di marginalizzazione in una relazione d’assistenza prolungata e causare tensioni. Poiché l’assistenza dello SPRAR non si limita solamente a fornire uno spazio abitativo, ma regola quasi tutte le attività sociali dei migranti (scuola, formazione, ricerca del lavoro, salute, attività di svago, quotidianità domestica), è plausibile ipotizzare che la crisi della relazione d’aiuto causi un peggioramento dell’intero senso di partecipazione del migrante alla società d’accoglienza.

Ascoltati in diversi incontri, i maliani Boubacar e Didier parlano spesso della loro esperienza pluriennale a Catania, caratterizzata da poche esperienze di lavoro e da una condizione prolungata di assistenza. Denunciano, in primo luogo, la difficoltà a instaurare relazioni di reciprocità con gli italiani, a causa della percezione di una condizione di inferiorità dovuta a episodi di insulti, abusi e discriminazioni razziali. Ciò è in relazione anche con l’impressione di non potersi mai distinguere come soggetti autonomi. Frequenti, infatti, sono le lamentele per chi non distingue gli africani tra loro, nonostante le differenze culturali. Questo è un problema importante per chi ha necessità di distinguersi da chi è considerato socialmente come un outsider: «Guarda i giornali oggi. Vedrai come i gambiani vendono la droga. I francofoni non lo fanno! E guarda i senegalesi: li hai mai visti comportarsi come gli zingari? Mai! (23/01/17: Didier, maliano, ex ospite CPA Catania)[7].

In secondo luogo, la percezione di questa distanza rende facili i collegamenti tra discriminazioni e tema del lavoro. La convinzione di poter lavorare solo in settori al limite della legalità o della propria moralità (es. la paga di 40 € per tre giornate lavorative) emerge nella descrizione delle brevi esperienze di Didier (lavapiatti, scaricatore in ditte cinesi, bracciante agricolo).

Sentirsi al margine sociale, nonostante un’esperienza all’interno del sistema dell’asilo, crea, in conclusione, l’immagine di una città-prigione «Catania mi fa sentire stretto, mi fa scoppiare la testa. Come si fa a vivere con persone che non amano i neri?» (21/01/17: Boubacar, maliano, ospite SPRAR in dimissione). Ciò che si può ipotizzare, dunque, è che la persistenza di un sentimento di «extraterritorialità» (Agier 2013), cioè né dentro, né fuori da un sistema sociale.

 

CONCLUSIONE

Per chi sperimenta la degradazione della relazione d’aiuto è facile è ritrovarsi in “comunità” di pari che solidarizzano. Esse divengono “rifugio” (Agier 2013), nel momento si aggiunge la dimensione del luogo abitabile: a Catania, il lungomare pedonale accanto alla stazione centrale, sembra avere queste caratteristiche. Fa parte del quartiere che ha come asse corso Sicilia e c.so Martiri Libertà, dove spazi vuoti e case in rovina aprono uno scenario di attività economiche in un mercato secondario (Avola 2007). Per questi migranti, la sua forza attrattiva è rappresentata da molteplici servizi: internet point, Western Union, negozi africani, agenzie e stazione ferroviaria, autotrasporti, ristoranti economici e storici luoghi di ritrovio tra subsahariani. Inoltre, è presente la mensa Caritas, l’associazione ARCI e il centro Astalli, organizzazioni che erogano servizi di supporto legale e di sportello-lavoro per i migranti della città.

 

In conclusione, dai risultati dell’indagine emerge un’integrazione sociale dalla doppia forma: quella regolata dalla società, con l’istituzione dell’asilo e i progetti d’accoglienza, e quella dei migranti che propongono un progetto personale mobilitando diversi legami sociali. Tra le due forme ci può essere un incontro nell’asilo “ospitale” (Agier 2013). Lo SPRAR è considerato un’opportunità dal migrante se preserva quattro principali sfere del sociale: il rapporto con la società d’accoglienza nella condizione di sentirsi in “sicurezza”, la relazione d’aiuto, positiva se non rende passivi i soggetti, il lavoro, per il quale un ruolo fondamentale sembrano avere le reti di immigrati già presenti sul territorio e gli “spazi d’emersione”, ambiti del quotidiano che testimoniano le capacità di scelta e d’agire dei migranti. Al contrario, si parla di “asilo sospeso” (ibidem) e SPRAR negativo quando la relazione d’aiuto si origina se rende passivi i soggetti, considerandoli, ad esempio, incapaci di gestire la propria quotidianità (con la disposizione di denaro, di un’alimentazione adeguata, o della capacità di elaborare bilanci d’economia domestica), soli e isolati nella società d’accoglienza (mentre le migrazioni riposano sulla capacità di costruire legami tra soggetti in migrazione) o come soggetti svantaggiati (il migrante, al contrario, è spesso espressione di giovani avventurieri di classi medie).

Alla luce di queste numerose questioni sulle istituzioni d’aiuto si rivelanecessario decentrare lo sguardo dall’idea che esista un solo percorso d’integrazione sociale e preferire, dunque, l’ipotesi dell’interdipendenza tra diverse forme di integrazione. Ciò significa riflettere più in profondità soprattutto sulle “nostre” aspettative e sui “nostri” bisogni di membri di una società d’accoglienza che, in un’angoscia generale, si deve mettere in discussione.

 

BIBLIOGRAFIA

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Altre fonti

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Servizio centrale SPRAR, 2015, Manuale operativo per l’attivazione e la gestione di servizi di accoglienza integrata in favore di richiedenti e titolari di protezione internazionale e    umanitaria,http://www.sprar.it/attivazione-e-gestione-di-servizi-di-accoglienza-e-integrazione.


Note


[1]
Centri di accoglienza straordinaria (CAS), Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), Centri d’accoglienza (CDA) e Centri d’accoglienza richiedenti asilo (CARA). In Italia, al 31 dicembre 2015, i migranti presenti in queste strutture sono 84.077. Nello SPRAR sono circa 30.000 (Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016).

[2]Ci si riferisce ai dati forniti dal Rapporto SPRAR (2015).

[3]Ibidem

[4] Dal francese: “sbrogliarsela, cavarsela”.

[5]  Organo adibito alla valutazione delle domande d’asilo è la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. 

[6]Gli operatori sono vincolati all’utilizzo costante di moduli e di tabelle di monitoraggio utili «per valutare l’adeguato andamento di tutte le fasi del processo che sono standardizzate e unificate per tutti i beneficiari» (Relazione annuale SPRAR Catania 2015). Ciò significa che per ogni tipologia di ospite devono essere previsti tempi e mezzi standard per arrivare a un preciso risultato.

[7]Intervista condotta in francese.

 

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Lorenzo Scalchi

Lorenzo Scalchi, laureato in Sociologia all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (Parigi) e in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Trieste), lavora come ricercatore sociale a Milano presso Codici, cooperativa di ricerca e intervento. Specializzato in Sociologia economica, si è recentemente interessato al tema dell’integrazione sociale associato ai recenti fenomeni migratori. 

In questo numero

Cultura e Società

  • Trigilia su Storia del Banco di Sicilia
  • Livolsi su Pasolini in Sicilia

Immigrazione

  • Scalchi su Integrazione dei migranti all'uscita dallo SPRAR

Politiche Pubbliche

  • Camonita su Cooperazione transfrontaliera Sicilia-Malta
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