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Anno IX | n° 1 | Luglio  2017
 
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Pasolini in Sicilia

Cultura & Società
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Le pagine che seguono tratteggiano alcuni momenti del complesso e costante rapporto che legò Pier Paolo Pasolini alla Sicilia, che fu per lui isola luminosa e dinamica, sul finire degli anni ’50, per diventare, nella sua percezione e nelle pagine di letteratura che vi dedicò, angosciante e tetra, a cavallo degli anni sessanta e settanta.

 

1.     Pasolini e il viaggio in Sicilia del 1959

Nel settembre del 1959 la rivista Successo pubblicò un bel reportage di Pier Paolo Pasolini sulle località che aveva appena finito di visitare nel suo viaggio in Italia. A bordo di una Fiat Millecento, Pasolini s’era avventurato in un appassionato e partecipato itinerario tra grandi città italiane, per paesi piccoli e remoti borghi sui versanti costieri della Penisola. Il testo che era venuto fuori dal suo diario di viaggio prese per titolo "La lunga strada di sabbia".

Partito a giugno da Ostia, lo scrittore percorre l’Italia in lungo e in largo: da Sanremo a Trieste, da Napoli a Maratea, da Capri a Reggio Calabria, a Taranto. Il tono del racconto è radiosamente poetico, ma a tratti anche critico e polemico: in Calabria Pasolini, passando per Cutro, annota: «è veramente il paese dei briganti, come si vede in certi film western». Infine, da Villa San Giovanni, a luglio, approda in Sicilia e scrive: «Il mio viaggio mi spinge a Sud, sempre più a Sud: come un'ossessione. Deliziosa, devo andare più in giù, senza lasciarmi tentare». Da Messina a Siracusa, il viaggio «può fare impazzire», avverte Pasolini che, superata Taormina e lasciatala senza rimpianti, passata Catania e i suoi «enormi lidi», giunge a Lentini. In una trattoria di Lentini, durante e dopo la cena è piacevolmente sorpreso della numerosa compagnia che si è stretta attorno a lui e che non vuol smettere di parlare delle proprie cose con il forestiero illustre e disponibile, che a sua volta prova il massimo della gratificazione quando qualcuno arriva a dirgli in dialetto «Iddu lu core bono l’ave!».

Dopo un poco è di nuovo in macchina verso Siracusa, nella notte oscura e deserta: «Per più di quaranta chilometri non incontro una persona, una macchina una luce accesa. Il vento caldo che investe la macchina è proprio quello dell'Africa: e le montagne intorno sono un solo bosco ininterrotto di piante meridionali». Arrivato ad un bivio, legge l'insegna per Siracusa, ma i freni cedono e la macchina rischia di sbandare e andare fuori strada, a malapena ricondotta sulla carreggiata. Prosegue a velocità minima fino a Priolo. Non trovando un albergo aperto, un giovane fornaio lo fa accompagnare da un amico a Siracusa. Pasolini vi trova una «città tutta vuota, miracolosamente nuda, nuova». Prende alloggio al Jolly hotel. L’indomani è in giro per la città: ad ammirare la fonte Aretusa, le Latomie, e il bel liberty di Villa Politi dove incontra la sua amica attrice Adriana Asti. Aveva saputo della sua presenza a Siracusa da un manifesto che annunciava, alle Latomie, "Il racconto d' inverno" di Shakespeare e subito s’era premurato d’andarla a trovare, sapendo che questo le avrebbe fatto di certo piacere: «Adriana è a vestirsi. Immagino come avrà gridato al cameriere che sarebbe stata subito giù. Eccola infatti, con la maglietta beige e i calzoni bianchi, con due occhi enormi, per cui nel viso non trovano posto il nasino e il mento, pur piccolissimi. Ci abbracciamo, gridando, saliamo sull' automobile e via per il mare di Siracusa». In un breve percorso i due arrivano nella distesa sabbiosa, assai rinomata, dell’Arenella. Qui, racconta Pasolini «capitiamo in una spiaggetta che ci è stata raccomandata come la migliore, e che invece è tremenda: è la spiaggetta della povera, buona, e fatalmente retorica borghesia siracusana», la «spiaggia degli avvocati», dove una signora «pomposa, povera, infinitesima Bovary siracusana» si rivolge ai due con linguaggio «mondano» e diverso da quello di un’altra donna «di una generazione più anziana e quindi incalcolabilmente più rozza». Ed è un piccolo ritratto della nascente borghesia delle professioni, edonista e imitativa di modelli, comportamentali e linguistici, sentiti come più consoni al nuovo status sociale; contiene in nuce la feroce e acuta critica della società dei consumi nata dal boom economico, che Pasolini formulerà da lì a qualche anno e che diventerà una delle più importanti e chiare letture degli effetti nefasti della mutazione antropologica della società italiana nel Novecento. Lasciata l'amica, Pasolini prosegue, da Siracusa, il suo tragitto, incantato da una terra piena di coltivazioni di ulivi, carrube e fichi d' india, arrivando infine a Portopalo: «un paesetto miserando, acquattato dietro quella lingua di terra, con delle file di casucce rosse, e l’acqua degli scoli che passa per cataletti perpendicolari alla strada: la gente è tutta fuori, ed è la più bella gente d' Italia. Razza purissima, elegante, forte e dolce». Nell' isolotto di Portopalo, «nella più povera e lontana spiaggia d' Italia», trova ancora un mare meraviglioso, nel suo colore turchino, all' approssimarsi del tramonto del sole. Nel complesso, il piccolo e bel ritratto che Pasolini fa di un pezzo di Sicilia, nel suo breve ma intenso scritto, è improntato a fissarne i colori, i profumi, le voci, i rumori. Il tutto catalogato e descritto come parte di un paesaggio idilliaco, di un mondo isolano che dovette apparire allo scrittore gradevole e genuino, tanto da fargli dire che tra le città in cui avrebbe voluto vivere c' erano senz' altro Catania e Siracusa: «Non c' è dubbio, non c' è il minimo dubbio che vorrei vivere e morire qui: non di pace come Lawrence a Ravello, ma di gioia», in una Sicilia fatta di «gente stupenda», di volti che sintetizzano profili fenici, alessandrini o romano-meridionali e di «triacusi, come si dicono qui i ragazzi di vita». Qualche anno dopo però, Pasolini comincerà a frequentare con più costanza l’Isola e a documentarla nei suoi film e nei suoi libri con altri occhi e diversa consapevolezza. Comincia col girare gran parte dei Comizi d' amore, le famose inchieste sui costumi sessuali degli italiani tra il 1963 e il ' 64, tra Palermo e Cefalù, inserendo pure una testimonianza di Ignazio Buttitta. In seguito è l’Etna e la sua valle che diventa nell' opera cinematografica un vero e proprio «luogo dell' anima»: nel 1964 diventa location per Il Vangelo secondo Matteo, poi per Teorema nel 1968, quindi per Porcile nel 1969, (per il quale fa delle riprese anche a Catania) e infine per I racconti di Canterbury nel 1971. Frequenti sono le sue ricerche di comparse a Catania; ma soprattutto, nella città, hanno lasciato traccia i suoi incontri, in un' aula del Palazzo centrale dell' Università, con gli studenti e i docenti della Facoltà di Lettere, a volte alquanto animati. Anche Palermo, soprattutto nel 1970, sarà meta pasoliniana (come documenta il cortometraggio Arruso, il singolare lavoro di Ciprì e Maresco). Ancora, la Sicilia è presente nei suoi articoli e saggi, dagli interventi sulla poesia popolare siciliana fino alla sua ultima e controversa opera, Petrolio, in buona parte dedicata ad indagare le vicende di Mattei, nel contesto di una Sicilia e di un’Italia attraversata dalle trame reazionarie ed eversive dei potentati economici.

 

2.     Pasolini a Scicli

Con un articolo dal titolo "La loro coscienza è già nel domani", apparso sul numero di maggio del ‘59 del settimanale Vie Nuove, Pier Paolo Pasolini raccontò di un suo viaggio, appena concluso, in Sicilia, dove era stato sollecitato a recarsi dall' onorevole Giancarlo Pajetta, per una visita all’antico abitato di Chiafura,a Scicli, dove ancora un buon numero di persone viveva, alla maniera dei "cavernicoli", nelle grotte. «Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli - scriveva Pasolini - attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde, deserta, araba, greca, gesuitica, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri, sui fronti delle colline, nelle vallate, un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli».

Era accaduto, nella primavera del ' 59, che l'amministrazione comunale di Scicli, espressione dei partiti di sinistra che in consiglio comunale avevano la maggioranza, aveva interessato Pajetta di un problema cittadino antico ma ormai urgente da risolvere: consentire agli abitanti delle grotte della collina di

Chiafura, che vivevano ancora in condizioni «primitive», di ottenere, con un aiuto dello Stato, delle case più moderne e civili. Pajetta accettando la sollecitazione degli sciclitani, prima di adoperarsi per formulare e far votare una legge al Parlamento che risolvesse i loro problemi, mobilitò un drappello di intellettuali affinché sensibilizzassero, attraverso la loro voce e testimonianza, l’opinione pubblica sulle condizioni di arretratezza e miseria della gente di Scicli, costretta a vivere nelle grotte.

Giunto «nell' ultimo angolo della Sicilia», dov’era «ancora un po’ di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, il mare africano», Pasolini, osservò attentamente, si fece carico della questione e nel suo articolo denunciò: «Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? È presto detto. Le caverne: immaginate una valletta, dentro la quale, compatta si sparge Scicli: senza periferia e case moderne; un po' fuori, un enorme cimitero, un enorme ospedale, tutto color giallorosa, cadaverico; al centro la piazzetta e la strada barocca, dei baroni, dei gesuiti. Da questa vallata si diramano, tutte dalla stessa parte, altre tre piccole valli, dalle pareti quasi a picco, bianche di pietre: da lontano non si nota nulla: ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti; sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull' altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo. In cima alla valle centrale, Chiafura. Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli». E il centro ragusano si svela allo scrittore con la sua piazza, dove vi sono solo uomini, e i suoi «vicoli stretti» (dove, sotto i «palazzotti di Don Rodrighi sanguinari e assenti», passava una processione «con una statua portata da un mucchio di omìni» con banda al seguito), e gli fa constatare: «vista così, da lontano e dall' alto, Scicli era quello che si dice la Sicilia. Una comunità di gente ricca di vita, compressa, atterrita, deformata da secoli di dominazione, che troppa intesa a succhiarne il sangue, non ne ha potuto succhiare la vita: e l'ha lasciata viva, e quanto viva, a soffrire, a dibattersi, a uccidere, anziché a operare, a pensare e a amare». Ma ciò che colpisce Pasolini a Scicli è non solo la drammatica condizione di chi vive nelle grotte ma, positivamente, l' entusiasmo che vede nella gioventù del luogo, vivo e fervente in particolare negli animatori del circolo di cultura Vitaliano Brancati che l' hanno aspettato, guidato e ascoltato: tra questi, Gaetano Giavatto («un maestro appena diplomato e disoccupato, pieno d' un riso generoso e pacifico, con grossi occhiali umanistici»), Bartolomeo Amenta («piccolo, bruciato, divorato dal sole, anche lui dietro gli occhiali, gli speculativi occhiali del meridione»), Peppino Carrabba, («un giovane studente universitario, che scoppiava di salute, che scoppiava di salute e di allegria dentro i panni, basso, colorito, goloso di ogni cosa e un tantino menefreghista»), Giovanni Rossino («sempre un po' appartato, un po' elucubrante, piccolo adolescente filosofo orsacchiotto») che rappresentano emblematicamente, secondo Pasolini, «il progressismo politico di tutta la regione: recente e insieme straordinariamente maturo». In quella visita alle grotte di Chiafuri, che rese nazionale e pubblico il problema degli abitanti delle grotte e favorì l'approvazione della legge proposta da Pajetta che finalmente li rese proprietari di veri alloggi, con Pasolini c' erano anche Renato Guttuso, Carlo Levi e Maria Antonietta Macciocchi che rievocando quella particolare missione, ricordò a Barth David Schwartz (in Requiem Pasolini, Marsilio ‘99) la folla di giovani siciliani entusiasti che sembravano adorarlo.

 

3.     Pasolini a Catania

All' inizio degli anni Settanta, Pasolini decise di lavorare alla realizzazione di un film liberamente ispirato a Le mille e una notte. Cominciò quindi a viaggiare per i paesi africani alla ricerca di giovani che potessero offrire, da attori non professionisti,i loro volti esotici e sanamente primitivi alla pellicola che lo scrittore voleva realizzare, alla sua particolarissima maniera, sulla scorta della famosa raccolta di fiabe. Girando per la l’Etiopia, l’Eritrea, lo Yemen, Pasolini notò come le culture arcaiche e tradizionali di quei paesi, specialmente nelle aree rurali, si stavano avviando pericolosamente al tramonto, e lasciando il posto a comportamenti e mentalità che, in ragione di una modernizzazione volta all' accrescimento del benessere economico e ispirata a modelli occidentali, sembravano rinnegare tout court il passato, sia nelle tracce materiali (architettoniche e urbanistiche) significative e belle sia nel retaggio di «abitudini considerate degradanti e vergognose». Una trasformazione molto simile, a giudizio di Pasolini «sta accadendo anche nel meridione italiano, specialmente in Sicilia», dove «l'acculturazione da parte del centro è ormai completa: la cultura marginale, particolaristica, è distrutta e non produce più modelli». Così, lo scrittore, giungendo nel ‘73 a Catania, anche qui alla ricerca di attori per il film e di luoghi per ambientarvi qualche scena, osserva una città «in frantumi». «Giovani impazziti, o ebeti o nevrotici - scrive Pasolini nel suo diario di lavoro, che appronta per documentare le fasi preparatorie all’uscita del film, e che pubblica in una sua prima parte nel ‘73 sulla rivista Playboy, col titolo Le mie "Mille e una notte" - vagano per le strade di Catania coi capelli irti o svolazzanti, le sagome deformate da calzoni che stanno bene solo agli americani: vagano con aria soddisfatta, provocatoria, come se fossero depositari d’un nuovo sapere. Sono, in realtà, paghi dell’imitazione perfetta del modello di un’altra cultura. Hanno perso la propria morale, e la loro arcaica ferocia si manifesta senza forma». E se la gioventù del luogo gli sembra in preda all’alienazione, conseguente alla perdita dell’identità, allo stesso modo, il cuore antico della città, gli appare privo della sua più autentica anima: è il caso, per esempio, del «quartiere delle Finanze, un tempo sfolgorante di luce e di bellezza fisica degli antichi corpi siciliani, che tace in un abbandono sinistro». «C’erano centinaia d puttane alle porte - ricorda Pasolini - come una casbah, tra quelle misere casette del Settecento o dell’Ottocento, e, insieme alle puttane, trionfanti, gli invertiti. Se ne stavano appoggiati coi sandali d' oro alle porte delle loro stamberghe, altezzosi, riservati, sdegnosi, e pronti a tutto. E i clienti venivano umilmente a trovarli; e se essi non possedevano una di quelle stamberghe, stracolme di luce- con la loro carta da parati pulita e la loro mobilia che ostentava un diverso e ben più raffinato tenore di vita rispetto a quello delle puttane - ecco che i clienti li facevano salire sul loro motorini, e alla fine, dopo l'amore consumato in un prato, sporco della sporcizia antica, li salutavano con una paterna stretta al sganascino. Ragazzini e già adulti, a causa della saggezza della povertà, oltre che della forza del loro sesso». Un mutamento antropologico arrivato a rilento sin nelle remote periferie siciliane ha traviato la sana cultura popolare, tollerante e rispettosa della socialità e delle diversità, inoculandole il virus dell'egoismo individualista e del perbenismo ipocrita, e con evidenza si vedono i suoi effetti, nota Pasolini. E a Catania «già alle dieci di notte c' è il coprifuoco; le strade, coi loro vecchi palazzi consunti e i nuovi palazzi sfolgoranti sulle strade secche d' immondizia di fango, sono percorse solo dalla polizia. Per prima cosa, la furia si è abbattuta sugli omosessuali. Del passato recente e rinnegato essi erano la forma più facile da distruggere. Sono stati bastonati, accoltellati, spogliati, uccisi, perseguitati, non se ne vede più uno in tutta la città. Quel piccolo mondo di Sodoma è stato distrutto da una Gomorra feroce ricalcata su Milano». Però, constata amaramente Pasolini, «il modello del centro - propagato dalla televisione - non è raggiungibile da un ragazzo siciliano che vede così aumentare il suo tratto di inferiorità», con la conseguenza di farlo precipitare ancor di più «nell' ignoranza e nella malattia sino all' ebetudine». Una Catania, quindi, quella che vide e descrisse nelle sue note Pasolini, nel ' 73, che l' omologazione, favorita dalla pervasiva diffusione della televisione e della pubblicità industriale che veicolava modelli consumistici, stava stravolgendo e mutando in negativo: e tanto più feroci erano le osservazioni di Pasolini su quelle che riteneva le tristi condizioni della Milano del sud quanto più frequente e vivace era stato il legame con la città jonica: tanti eventi e appuntamenti avevano condotto Pasolini a Catania: nel ' 68 da giurato al premio Brancati, aveva subito, assieme a Moravia e alla Maraini, dure contestazioni da parte della destra catanese, per la scelta di premiare il saggio di Michele Pantalone, Antimafia: un' occasione mancata; nel ‘69 aveva girato, nella valle dell' Etna, il primo episodio di Porcile, dovendo affrontare anche una denuncia da parte del pastore Giovanni Longo che lo accusò d’essere il responsabile della morte di cinquanta pecore del suo allevamento, a suo dire sbranati da alcuni cani che Pasolini aveva usato per una scena del film e che poi aveva imprudentemente abbandonato: i cani, infreddoliti e affamati s’erano introdotti nell’ovile del Longo e avevano sbranato le pecore. Ancora, a Catania, nel ‘70, lo scrittore aveva invano cercato di convincere il calciatore del Bologna, Giacomo Bulgarelli, per il quale nutriva una vera e propria adorazione (secondo Sergio Citti ogni volta che lo vedeva «sembrava che vedesse Gesù») a recitare nei racconti di Canterbury, film di cui intendeva girare le scene finali, quelli dell' Inferno, alle pendici dell' Etna: lo scrittore andò a trovare Bulgarelli in un albergo della città alla vigilia dell' incontro calcistico Catania - Bologna, parlò a lungo con lui ma non lo persuase a diventare attore.

 

4.     Pasolini e Palermo

La Sicilia che Pasolini raccontò, come si è visto, sin dalla fine degli anni ‘50, sembra diventare un'isola perdutamente oscura e quasi temuta, nel suo ultimo e incompleto lavoro, il romanzo Petrolio, scritto negli ultimi anni della sua vita, dal 1974 al ‘75 (quando lo scrittore viene ucciso) e pubblicato postumo, da Einaudi, nel ‘92.

Nella trama amplissima e indefinita del suo romanzo in costruzione - che ha per tema centrale la vicenda di un petroliere (Carlo, il protagonista del romanzo, sdoppiato in due intriganti e opposte identità morali, politiche e sessuali), e che si svolge all'interno della storia italiana dagli anni ‘50 alla fine dei ‘60, fatta di oscure trame politico-mafiose - Pasolini ambienta alcuni episodi in Sicilia.

E lo fa descrivendo due viaggi, che rievocano, nei luoghi citati, mete reali raggiunte più volte dallo scrittore nella sua vita.

Il primo approdo nell'isola, all'inizio del romanzo è proprio del protagonista Carlo, che vive a Torino e si reca a Siracusa, alla ricerca di un'enigmatica donna. Il treno su cui Carlo è partito, viene imbarcato sul traghetto per attraversare lo stretto di Messina quando è già notte e ai passeggeri saliti 'sul ponte della nave', che guardano alla Sicilia in lontananza, si offre in visione 'un braccio di mare, come morto, su cui la vita si manifestava incerta solo sulle coste, in un tremolar funereo di piccole luci'.

Poi, “all'alba appare a Carlo la città dove doveva scendere e dove il treno 'moriva', ed era una distesa informe di piccole case giallastre, con qualche lusso di palazzotti e chiese barocche, che testimoniavano una lunga storia di dominio assoluto del potere e di miseria”. E’ la prima, ombrosa immagine che descrive Siracusa. Quando poi il personaggio del romanzo pasoliniano, muovendosi in direzione del suo albergo, ne attraversa il centro, a richiamare la sua attenzione è 'una vecchia fontana, alessandrina o romana, con in mezzo dei papiri, e intorno ragazzi mezzo nudi' ma di più lo colpisce 'un lungo viale borbonico, con le sue piante odorose in mezzo alla sporcizia e al caos'. Carlo, incontrata la donna, alla quale deve confessare un segreto, non riuscirà a dirle niente, perché i due rimarranno attratti dall'atmosfera felliniana di un'animata festa che ha preso il via nel quartiere dove si trova l'albergo, tra fuochi d’artificio e richiami di un circo ‘che aveva piantato le sue tende presso i ruderi di un antico anfiteatro’. Deluso, Carlo, farà ritorno a Torino.

Dal mare, invece, a metà del romanzo, ritornerà nell’isola, stavolta nel capoluogo, un altro personaggio di Petrolio, il siciliano Carmelo, un giovane emigrato che vive a Roma, fa il cameriere ed è un amante, tra i tanti, del protagonista Carlo. Lasciata Roma e imbarcatosi su una piccola motonave, Carmelo è in compagnia di tre fiabeschi figuri, Tre Vecchi, e di una piccola ciurma di marinai siciliani: due dei quali, nel calmo procedere dell'imbarcazione sul mare, giocando a carte, si chiamano curiosamente per cognome; uno, invece “il più giovane di tutti, nero come un marocchino che non doveva avere più di diciotto anni, se ne stava seduto per conto suo, sul ponte, curvo, in contemplazione di qualcosa: ciò che stava attentamente osservando era la sua carta d'identità, e precisamente la sua fotografia, accanto a cui c'era scritto il suo nome: Sapienza Saro”; un altro aveva per nome Agatino, e quando gli altri lo chiamavamo, imperiosamente, seguiva sempre “un'esclamazione irritata e sentenziosa: Minchia!”.

Comincia appena a tramontare, quando  dall’imbarcazione s’intravede la costa siciliana e poi Palermo: “apparvero allora forme di palazzi color tortora, con le finestre a sesto acuto, rotondeggianti, come in un mondo esotico, orientale e fatiscente; c’erano anche delle grandi cupole e logge sospese, grevemente secentesche, tra dei palmizi; e, in mezzo al verdeggiare di un giardino, che doveva essere di aranci, il sole illuminava una piccola chiesa romanica, le cui cupolette erano di un rosso acceso”. Scesa le ‘gelida penombra’ della sera, la motonave attracca al porto.

E una realtà angusta e tetra, accoglie il rientro a Palermo, di Carmelo e degli altri siciliani: “da vicino, le case che si stringevano intorno al piccolo porto rotondo, rivelavano tutta la loro fatiscente miseria; non solo quelle nuove, ma anche quelle antiche, del resto in rovina, e ridotte a immondezzai e a cessi, dove nella sera tiepida, in mezzo al fetore giocavano dei ragazzini. Oltre che di merda, il vecchio porto odorava di pesce stantio e verdura marcia; ma anche di zagare, e forse di gelsomini”. Poi, Carmelo, prosegue “verso il centro, lungo dei vicoletti che passavano in mezzo alle antiche case vuote, ridotte a immondezzai e cacatoi. Ma subito dopo c'era una bella strada lastricata, ai cui lati, insieme alle vecchie case, sorgevano di tanto in tanto chiese o palazzetti, con stupendi portali è più avanti c’era una piazzetta, in cui doveva esserci un mercato del pesce; ma in quel momento tutto era ordinato e pulito; grandi secchiate di acqua, non ancora asciutta, avevano spazzato il lastricato, che riluceva. In fondo a questa piazzetta, il vicolo consisteva in una stretta scalinata, anch’essa tutta pulita, sotto un tabernacolo barocco rimasto senza statua, che portava a uno strato superiore del livello stradale della città”.

È una Palermo buia, sotterranea e inquietante, quella attraversata dal personaggio di Pasolini, che, uscito fuori da una riconoscibile e notturna Vucciria avrebbe dovuto condursi al cimitero della città, in una sorta di reinvenzione del viaggio dantesco agli inferi. Ma quest'ultima parte del capitolo siciliano di Petrolio rimase solo accennata e mai scritta. E di Palermo e del suo cuore più antico, restava, il silenzio e l’ostile indifferenza.

 
 

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Silvestro Livolsi

Silvestro Livolsi è insegnante di ruolo di Lettere e Storia all'IISS Majorana di Troina, dall’anno scolastico 1995/96. Come cultore di Storia locale ha curato per il Comune di Troina diversi eventi (convegni, mostre, etc.) su personaggi e momenti di storia locale, che hanno dato vita a pubblicazioni per le quali ha scritto brevi saggi e interventi. Ha collaborato con il Gruppo di Ricerca Educativa dell'Università di Firenze e contribuito alla realizzazione del Cd didattico 'Pinocchio impara ad imparare', pubblicato dalle edizioni Hochfeiler.
In questo numero

Cultura e Società

  • Trigilia su Storia del Banco di Sicilia
  • Livolsi su Pasolini in Sicilia

Immigrazione

  • Scalchi su Integrazione dei migranti all'uscita dallo SPRAR

Politiche Pubbliche

  • Camonita su Cooperazione transfrontaliera Sicilia-Malta
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