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Anno IX | n° 1 | Luglio  2017
 
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Oro rosso. L’immigrazione nell’area agricola del ragusano.

Immigrazione
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Si analizzano i percorsi migratori e i modelli familiari di immigrati tunisini e rumeni nella fascia dell’agricoltura trasformata del ragusano 

 

1.    Tunisini e rumeni tra espansione e competizione

L’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro agricolo non è certo una novità né per le regioni dell’Italia Centro-settentrionale, né ancor più per quelle del Mezzogiorno, così come la crescita della presenza di rumeni che sono diventati dalla seconda metà degli anni 2000 la prima comunità immigrata, grazie a una logica competitiva dovuta al venir meno dei vincoli giuridici alla libertà di circolazione per i cittadini comunitari e alla loro disponibilità ad accettare livelli salariali più bassi non solo dei lavoratori autoctoni ma anche dei migranti arrivati nei decenni precedenti (Pugliese, 2012; Avallone, 2013; Colloca, Corrado, 2013; Perrotta, 2013; Castronovo, 2016). Peculiare del caso ragusano, nel panorama regionale, è la particolare incidenza degli stranieri sulla popolazione (oltre il quadruplo della media regionale e oltre una volta e mezza di quella italiana) e la loro omogeneità etnica, per cui tunisini e rumeni residenti costituiscono i tre quarti del totale degli immigrati (74%), un rapporto rovesciato rispetto alla media italiana (25%) e molto più alto di quella regionale (40%). Altrettanto peculiari sono l’inserimento quasi esclusivo dei migranti nelle lavorazioni in serra con una fortissima segregazione professionale (sono quasi tutti braccianti agricoli), una persistente tipizzazione sessuale maschile dell’immigrazione tunisina e una, sia pur lieve, prevalenza femminile in quella rumena, caratterizzata non solo da una componente di primomigranti donne, ma anche da un successivo flusso di arrivi di donne e uomini soli, oltre che di coppie[1].

La vicinanza geografica dei tunisini e la libertà di circolazione dei rumeni, la vasta presenza di famiglie a distanza, la precarietà di gran parte degli insediamenti abitativi e la semistagionalità del lavoro nelle serre (che si ferma per circa due mesi l’anno) danno luogo a uno scambio intensissimo di comunicazioni, di risorse e di viaggi di andata e ritorno con i paesi di origine che legittimano per questa tipologia di migranti l’assunzione di una prospettiva di analisi transnazionale, facendo riferimento al processo mediante il quale i migranti costruiscono campi sociali che legano insieme il Paese di origine e quello di insediamento (Glick Schiller et al., 1992). Non si tratta di fenomeni nuovi nella storia delle migrazioni, ma oggi assumono dimensioni quantitative e qualitative diverse, dando luogo a effetti di rilevanza macro, sia sul piano economico che su quello sociale e culturale (Portes, 2003; Guarnizo, 2007). Come nota Ambrosini (2007a), non tutti i migranti possono essere definiti transnazionali in quanto non tutti mettono in atto condotte genuinamente transnazionali e l’estensione e la forma delle attività dei migranti varia non solo al mutare dei contesti di origine e  di destinazione (Portes, 2003), ma anche al mutare dei loro profili socio-culturali.  Per alcuni l’integrazione nel paese di destinazione non risulta incompatibile con il mantenimento di significativi legami, in particolare di tipo identitario, con il Paese e con la cultura di origine, per cui saremmo in presenza di doppia integrazione (Ambrosini, 2008: 11; Portes et al., 2002). Per altri, ed è il caso di molti migranti del contesto indagato, al transnazionalismo sul piano delle relazioni private fa riscontro una condizione di emarginazione e invisibilità sociale nel paese di arrivo cui corrisponde, con l’allungarsi dell’esperienza migratoria, un allentarsi e disintegrarsi dei legami con il paese di origine, producendo, come dice Sayad (2002), una doppia assenza rispetto ai luoghi di origine e di destinazione.

Il tema del transnazionalismo assume una rilevanza particolare in relazione alla presenza di donne tra gli immigrati, poiché ripropone questioni cruciali come il ridefinirsi dei ruoli di genere e delle discriminazioni nel mercato del lavoro della società ospitante, l’articolarsi delle catene dell’accudimento, le conseguenze delle migrazioni sulle famiglie e sui minori, tanto su quelli rimasti in patria, quanto su quelli portati a vivere o nati nei paesi di arrivo.

A partire da Vittoria fino a Gela – racconta una fotografa che fa la volontaria in un’associazione che si occupa di migranti – è una distesa infinita di serre con tante viuzze, contrade. Mi ricordo che le prime volte, quando ho capito com’erano le vie principali, sono partita da sola con la macchina e all’inizio mi sentivo nel deserto, nel senso che non vedevo nessuno. Ore e ore di macchina senza intravedere nessuno, magari qualcuno spuntava verso le 18 del pomeriggio, l’ora in cui finiscono di lavorare (F. Fotoreporter).

Sparsi per le campagne, in baracche e casolari di fortuna, spesso di proprietà degli stessi datori di lavoro, gli stranieri che lavorano nella fascia trasformata sono in buona parte invisibili alle comunità locali e invisibili gli uni agli altri. Il modello di insediamento è abbastanza uniforme: a vivere nelle campagne in alloggi fatiscenti, ma fuori dalle serre, sono inizialmente i migranti tunisini, maschi singles o comunque senza famiglia. In seguito ai ricongiungimenti familiari, dovuti all’arrivo dalla Tunisia delle famiglie, preesistenti o formatesi successivamente, si ha un significativo spostamento di magrebini nei centri urbani, in case piccole e modeste abbandonate dai residenti, che riduce sensibilmente la presenza dei tunisini nelle campagne (Pirrone, 2003). Vi tornano in veste di lavoratori in proprio, negli anni 2000, i tunisini che con le famiglie prendono in affitto o a mezzadria le piccole proprietà cedute dai locali, perché a redditività sempre più ridotta e per il ridursi della manodopera familiare. Il processo di spostamento verso i centri urbani è legato anche a un complessivo miglioramento delle condizioni di lavoro dei tunisini, che raggiungono nel corso degli anni precedenti la crisi livelli salariali che consentono una vita più dignitosa. Le campagne si popolano, invece, di rumeni, donne e uomini, cui i proprietari offrono alloggi di fortuna all’interno delle serre in cambio di un salario più basso di quello percepito dal bracciantato straniero.

La ragione della diversità del modello di insediamento abitativo delle due comunità straniere probabilmente non è univoca. Da una parte, è certamente imputabile all’obiettivo economico da parte dei datori di lavoro di ridurre i salari e di “spremere” ore di lavoro in più agli immigrati e alla competizione al ribasso che i rumeni come ultimi arrivati esercitano nei confronti dei tunisini; dall’altra, possono aver giocato un ruolo significativo le differenze culturali, vale a dire una distanza e diffidenza reciproca tra africani e autoctoni, che ha avuto come esito una maggiore autonomia abitativa dei primi, massimamente in presenza di nuclei familiari di cui i magrebini sono “custodi” gelosi. L’assenza di marcatori etnici (colore della pelle, religione) e la socializzazione a modelli produttivi di tipo collettivista possono aver spinto datori di lavoro e migranti dell’Est verso un modello di ricongiungimento tra luogo di vita e di lavoro di stampo pre-moderno che ha, come vedremo più avanti, implicazioni gravi per i migranti rumeni in termini di controllo e di sfruttamento.

Eppure, l’invisibilità dei migranti della fascia trasformata si confronta non solo con un’alta incidenza di stranieri sulla popolazione locale, ma con la condizione di regolarità della maggior parte dei soggiornanti[2]. Secondo l’ultima rilevazione disponibile (Istat, 2014), il numero di rumeni residenti (3961) è solo di poco più basso di quello dei tunisini (4068). La presenza dei rumeni è probabilmente sottostimata per la maggiore incidenza di lavoratori in nero non registrati all’anagrafe, che ci è stata segnalata da più parti, rispetto a quanto avviene per i tunisini che incontrano all’ingresso tutti i vincoli previsti per i non comunitari, anche se sembra, dalle testimonianze raccolte, che ci sia un numero significativo di overstaying che non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno perché hanno perso il lavoro o sono diventati irregolari[3]. Il peso dei tunisini sui migranti si è ridotto nel tempo (dal 67,8% del 2003 al 37,7% del 2014) a favore dei rumeni che passano da meno del 2% del 2003 al 36,7% e, analogamente, si è ridotta l’incidenza delle altre nazionalità (dal 30,8% al 25,6%), la cui componente principale è rappresentata dagli albanesi. Va comunque considerato che nel complesso, in valore assoluto, gli immigrati residenti registrano un incremento per tutte le nazionalità, pur con il rallentamento segnalato per i tunisini e le altre nazionalità dopo il 2004. Peraltro, nel 2013, in controtendenza con quanto accaduto a partire dal 2007, l’incremento dei tunisini residenti supera ampiamente quello dei rumeni, smentendo l’impressione diffusa tra i testimoni privilegiati intervistati di un flusso di rientri verso la Tunisia dopo il 2007, che non esclude la possibilità di un turnover tra nuovi e vecchi migranti, che lasciano il territorio per problemi occupazionali o per indisponibilità ad accettare un peggioramento dei livelli di trattamento salariale e normativo. Nel complesso, tra il 2007 e il 2014, i residenti tunisini aumentano di un quarto, mentre i rumeni quadruplicano la loro presenza (Graff. 1 e 2).

La questione del turnover e del pendolarismo a fronte di un processo di stabilizzazione dei migranti che ci è stato segnalato dalle testimonianze raccolte, è strettamente legata alle norme che regolano i flussi migratori e alle caratteristiche della domanda di lavoro. Nel periodo di apertura delle frontiere, prima della legge Martelli (1990), sembra che ci fosse tra i migranti tunisini un accentuato turnover, mentre il pendolarismo in senso stretto, tipico delle attività stagionali in agricoltura, è stato sempre limitato dalla continuità del lavoro nelle serre che si protrae per 10 mesi l’anno. Era comunque frequente che i lavoratori stranieri, considerato il basso costo del viaggio in nave, potessero permettersi frequenti viaggi di andata e ritorno. L’introduzione di vincoli per gli ingressi e il progressivo irrigidimento delle norme per la concessione dei permessi di soggiorno producono l’effetto di spingere i tunisini alla stanzialità e a chiedere i ricongiungimenti familiari, oltre che a fruire delle sanatorie e dei decreti flussi. Processo che è connesso, con un legame circolare di causa ed effetto, con il miglioramento della loro capacità di mercato. La maturazione del processo migratorio e la crescente stanzialità alimentano, infatti, le aspirazioni a migliori condizioni di vita e di lavoro e rafforzano la possibilità di perseguirle.

Per quanto riguarda i migranti rumeni, il turnover è favorito dalla libertà di circolazione[4]e da un sistema di caporalato limitato alla gestione degli arrivi (che avvengono in pullman di agenzie rumene), che fa pagare ai migranti il costo dell’intermediazione, attraverso accordi con i datori di lavoro che possono peraltro nascondere vere e proprie truffe[5]. Tuttavia, la frequenza dei viaggi di andata e ritorno incontra vincoli economici e, d’altra parte, anche tra i rumeni si registra una tendenza alla stanzialità con e senza ricongiungimenti familiari.

 

Fonte: Istat, vari anni, Popolazione residente.

Una delle questioni più rilevanti per leggere strategie e progetti migratori dei lavoratori stranieri è la loro composizione per genere che, com’è noto, ne influenza profili occupazionali, modelli abitativi e familiari, consumi e rimesse, relazioni con i paesi ospitanti e i paesi di origine (Ambrosini, 2005; Decimo 2005). La femminilizzazione delle migrazioni è il risultato dell’interazione tra fattori di push e fattori di pull di tipo socio-economico: da una parte, le aspirazioni alla mobilità delle famiglie e i processi di trasformazione dei paesi di origine; dall’altra, la crescita della domanda di lavoro che si rivolge alle donne nei paesi ospitanti e le norme che regolano flussi. A questi si aggiungono fattori di tipo socio-culturale (modelli di famiglia e ruolo delle donne nelle società di origine e modelli di accoglienza nei paesi di arrivo), così come la maturazione dei flussi migratori che alimenta i ricongiungimenti familiari. In particolare, il fenomeno delle primomigranti, certo non nuovo nella storia, si ricollega non solo all’attrattività della domanda di lavoro, ma anche a modelli sociali che attribuiscono alle donne un ruolo rilevante nell’economia familiare o anche a fenomeni di crisi e disgregazione sociale e familiare che spingono le donne all’assunzione di responsabilità più ampie di quelle della cura. 

La composizione per genere dell’immigrazione nella fascia trasformata è nettamente differenziata: il tasso di femminilizzazione dei migranti tunisini è alla fine del 2014 solo del 24,7%, con una crescita di 4,5 punti rispetto al 2003, nonostante l’enfasi sui ricongiungimenti familiari espressa dagli intervistati. Si tratta di un dato più basso di quello registrato a livello provinciale (27,4%), regionale (32,2%) e nazionale (38,1%); mentre la quota di donne tra i rumeni da oltre il 70% registrata fino al 2006 passa al 54,1% nel 2007 per abbassarsi ulteriormente negli anni successivi (è al 51,1% nel 2014). In realtà, le altissime percentuali dei primi anni si riferiscono a numeri sparuti di migranti rumene (nel 2006 risultano solo 86 donne residenti), probabilmente inserite nel badantato piuttosto che in agricoltura. L’apertura delle frontiere con l’allargamento della UE nel 2007 fa entrare uomini e donne quasi in ugual misura, mentre la percentuale di donne tra i migranti rumeni è più alta nei contesti provinciale (54,9%), regionale (59,4%) e nazionale (57%) (Graf. 3). Dalle testimonianze raccolte sembra comunque che la presenza pressoché paritaria di donne e uomini tra i migranti rumeni non escluda affatto che, oltre alle coppie, arrivino donne e uomini soli, un fenomeno pressoché inesistente tra i migranti tunisini. Così com’è del tutto peculiare  l’inserimento delle migranti rumene nel lavoro nelle serre, laddove le tunisine o sono casalinghe o lavorano in altre attività (per lo più nei magazzini di lavorazione e confezionamento dei prodotti agricoli o nelle aziende familiari).

  

Fonte: Istat, vari anni, Popolazione residente.

Il contesto economico e sociale in cui si inserisce l’immigrazione su cui è stata condotta la ricerca fa parte di quell’“altra Sicilia” che è stata finora giudicata al riparo dei molti mali che affliggono il tessuto economico e sociale della regione. Storicamente, il passaggio precoce da un sistema di produzione agricola feudale a rapporti di produzione di tipo enfiteutico (XV sec.) sedimenta un orientamento all’imprenditorialità che influenza il tipo di colture, l’assetto urbano e l’equilibrio tra settori. La diffusione della piccola e media proprietà agricola autonoma alimenta una tradizione di colture intensive e di integrazione con attività manifatturiere che si protrae nel tempo e, nei decenni del secondo dopoguerra, fa da argine ai fenomeni di distorsione dello sviluppo che condizioneranno in modo irreversibile gli assetti economico e sociali della regione: l’urbanizzazione selvaggia e la speculazione edilizia, l’abbandono delle campagne e delle lavorazioni tradizionali, l’assistenzialismo, la terziarizzazione e il sovradimensionamento del pubblico rispetto agli altri settori. E’ alla fine degli sessanta che si sviluppano le coltivazioni in serra ad opera di una piccola imprenditoria che resta la caratteristica dominante di questo sistema produttivo, nonostante l’affermarsi di alcune medie e grandi imprese sia nelle coltivazioni ortofrutticole che in quelle vinicole e nel florovivaismo. A partire dagli anni settanta, l’espansione della produzione e delle vendite  è tumultuosa e richiede manodopera aggiuntiva che, oltre che dai comuni vicini, comincia ad arrivare dalla Tunisia.    

Il sistema produttivo agricolo del ragusano cova, tuttavia, in sé delle strozzature che si trasformano in fattori di crisi allorché si manifestano una serie di eventi che incidono sia sul volume delle vendite che sui prezzi di mercato. La prima è relativa al peso di un’intermediazione che riduce i guadagni dei produttori e trasferisce all’esterno buona parte dei profitti. La seconda è la quasi assenza di un’industria di lavorazione e trasformazione che potenzi il valore aggiunto della produzione agricola e le potenzialità occupazionali, quantitative e qualitative, dell’area. La terza è imputabile al fallimento delle esperienze di cooperazione che potrebbero ridurre i costi di produzione (ad esempio tramite consorzi acquisti di sementi, concimi e fitofarmaci) e imporre un accorciamento della filiera della commercializzazione. Infine, non si è puntato sulla produzione di qualità, a differenza di quanto è avvenuto nella vicina Pachino che ha istituito un Consorzio per la tutela dell’IGP e pare abbia risentito meno della crisi (Palidda, 2011).

A far vacillare il sistema sono state varie cause: l’internazionalizzazione crescente dell’economia e il ruolo della GDO che si rivolge a un mercato sempre più ampio, imponendo prezzi che non ripagano i costi di produzione e commercializzazione; la liberalizzazione degli scambi nell’area euro-mediterranea che riversa sul mercato prodotti a prezzi competitivi, fattori geo-politici, come l’embargo nei confronti della Russia. Ai fattori di crisi soprattutto i piccoli proprietari hanno reagito attraverso la “via bassa” della riduzione dei costi del lavoro (in termini di riduzione dei salari e aumento degli orari di lavoro) e hanno trovato nei rumeni provenienti dalle zone più povere del Nord Ovest della Romania una forza lavoro disponibile a peggiori  condizioni di impiego.

Il problema della crisi e del trattamento dei migranti sembra, tuttavia, presentare nel complesso caratteri differenti in relazione sia alle dimensioni aziendali, poiché le aziende più grandi hanno la possibilità di evitare, in tutto o in parte, la via della riduzione del costo del lavoro e del ricorso al lavoro irregolare (nero o grigio), sia  al profilo dei migranti. Di fatto, la diversificazione della struttura produttiva, gli effetti della crisi, la competizione tra migranti producono un accesso differenziato ai diritti di cittadinanza (la libertà di muoversi e di soggiorno, i diritti relativi al lavoro e al Welfare), disegnando una mappa della stratificazione civica che corre lungo linee che non sono definite solo dallo status giuridico (comunitari e non), ma anche dalla possibilità  di accesso al lavoro e alle tutele ad esso associate (Morris, 2003, Gargiulo, 2014). In particolare, nei modelli di inserimento dei lavoratori stranieri della fascia trasformata è possibile individuare due fasi. Alla fine degli anni novanta, grazie alla loro capacità negoziale e alla diffusa sindacalizzazione i tunisini raggiungono quasi l’equiparazione delle condizioni di impiego con i nativi e un più ampio accesso al sistema di welfare, ottenendo generalmente la formalizzazione del rapporto di impiego, orari e salari in linea con quelli contrattuali, il riconoscimento di un numero di giornate lavorative che consente la fruizione dell’indennità di disoccupazione stagionale e, infine, la possibilità di percepire gli assegni familiari anche per i familiari residenti in Tunisia (garantita quest’ultima da un trattato bilaterale tra i due paesi del 1984). Il ridursi dei margini di profitto per le imprese, specie per quelle più piccole nate sull’onda dell’ampliarsi del mercato dei prodotti ortofrutticoli, e l’arrivo dei rumeni producono un generalizzato peggioramento delle condizioni di lavoro anche per i tunisini che continuano ad arrivare dopo il 2007, mentre sembra che uno strato di tunisini con maggiore esperienza lavorativa continui a mantenere condizioni di relativo privilegio, grazie a requisiti di professionalità e affidabilità maturati presso le aziende.

 

2.    Le donne migranti e le contraddizioni dei modelli emancipativi

La condizione delle migranti tunisine e rumene nell’area in cui è stata condotta la ricerca e i modelli di famiglia in cui vivono sono emblematici delle contraddizioni e delle discriminazioni che le donne, ancor più degli uomini, subiscono nel percorso che le porta dai paesi di origine ai gradini più bassi di vita e di lavoro delle società ospitanti.  Lasciano condizioni di vita che loro e/o le loro famiglie ritengono ormai inaccettabili, talvolta per eventi traumatici come separazioni, vedovanze, malattie, perdita del lavoro, a volte per progetti di miglioramento di status (soprattutto farsi la casa e far studiare i figli) che pensano di realizzare in tempi brevi, massimizzando gli sforzi e minimizzando i bisogni per accantonare più risparmi possibili. Quasi sempre, come tutti i migranti, continuano a rinviare il momento del ritorno o perché la meta risulta sempre più difficile da raggiungere o perché, nel percorso migratorio, cambiano le aspirazioni, i criteri di rilevanza, le relazioni e gli aggiustamenti che li alimentano. Come ha ampiamente evidenziato la letteratura sulle migrazioni (Ambrosini, 2005; Decimo, 2005; Parente, 2012), le migranti subiscono una triplice discriminazione: in quanto migranti, donne e soggetti socialmente svantaggiati, anche se la loro condizione si presenta molto differenziata a seconda della cultura di appartenenza, delle risorse (individuali e sociali) a cui riescono ad attingere e della fase del percorso migratorio che attraversano. Le migranti della fascia trasformata delle due nazionalità vengono descritte dai nostri intervistati come appartenenti a modelli identitari e di famiglia diametralmente opposti. Una descrizione che fa riferimento indubbiamente a modelli di vita e progetti migratori diversi, ma che assume quasi sempre il significato di uno stereotipo che viene applicato come un cliché all’intero gruppo di riferimento, appiattendo differenze e alimentando, di fatto, forme a volte inconsapevoli di stigmatizzazione.

Nel modello migratorio magrebino, le donne arrivano quando i mariti hanno già raggiunto nel contesto di arrivo un certo livello di integrazione e di possibilità economiche che permettono e rendono conveniente il ricongiungimento familiare. In genere, portano i figli, anche se qualcuno di loro può essere lasciato in patria per studiare e lavorano solo se trovano opportunità nei magazzini di confezionamento dei prodotti agricoli, a fianco delle italiane, o se il marito ha preso un fondo in gabella o a mezzadria. Sono in grado, quindi, di prendersi un’adeguata cura della famiglia. Si vedono poco in giro, anche se vivono per lo più in paese, le meno giovani portano il velo e - come ci ha detto la preside di una scuola - anche per parlare con gli insegnanti vanno i mariti.

Nella famiglia tunisina gira tutto intorno all’uomo: l’uomo deve farsi carico economicamente della famiglia, quindi il compito di lavorare è esclusivamente maschile. La donna si occupa dei figli, sta a casa. Devo dire che la donna non è molto integrata nella comunità locale, però si aggrega all’interno della sua comunità; questo sì, c’è molta solidarietà(I. Volontaria).

Questo modello tradizionale di coppia assume una certa connotazione positiva nelle parole di un sacerdote che assiste i migranti.

A meno che non abbia la terra per proprio conto, difficilmente un tunisino porta la donna in campagna. È il concetto della signora, da noi è ‘a ma signura’. Chi si portava da noi in campagna una donna a lavorare? Diciamo che il mondo arabo ha una propria mentalità nel rapporto uomo-donna. Da una parte, c’è un rispetto massimo. Dall’altra parte, c’è la donna che deve stare al suo posto (S. Sacerdote cattolico).

Chiuse nei circuiti comunitari, morigerate, le tunisine non suscitano giudizi negativi, anche se sono sigmatizzate come donne arretrate, assoggettate ai mariti e a una religione integralista. La lontananza dal modello emancipatorio occidentale le priva di autonomia e libertà, ma sembra salvaguardarle  dai rischi della "libertà" di cui godono le migranti rumene e, inoltre, garantisce ai figli le cure materne. Proprio perché nelle famiglie tunisine sono le donne che in patria o nel paese ospitante si occupano dei figli, il problema della genitorialità a distanza non viene mai tematizzato dai nostri intervistati. Anche un sindacalista tunisino che si dichiara stanco della lontananza dalla sua famiglia, pur potendosi permettere per il suo ruolo molti viaggi in patria, dice di aver deciso di lasciare moglie e figli in Tunisia perché non privassero suo padre della cura e dell’affetto della nuora e dei nipoti, considerando di fatto la sua vicinanza ai figli meno rilevante.

Le migranti rumene sembrano, invece, pagare a carissimo prezzo il mix di tradizione e modernità che caratterizza le due società, quella di origine e quella ospitante, attraversate in modo diverso da processi di trasformazione di segno nient’affatto univoco.

La descrizione che delle migranti rumene fanno gli intervistati è di segno opposto a quella delle magrebine: a istruzione più bassa rispetto alla media delle migranti dell’Est e delle stesse rumene inserite nel badantato, provengono da zone agricole arretrate in cui è tradizionalmente diffuso il lavoro femminile nei campi, all’interno di un Paese il cui sistema politico per lunghi anni ha promosso la parità tra i sessi nel mercato del lavoro. La fine del regime sovietico ha travolto l’economia pianificata e, allo stesso tempo, l’ingresso nella comunità ha aperto le porte al mercato europeo, alimentando aspirazioni di consumo che l’economia locale non è in grado di soddisfare. A., una giovane rumena che è riuscita a sottrarsi allo sfruttamento del lavoro nelle serre, racconta:

Quello che mi dava prima il mio paese adesso non c’è più: ora sono giovane, sono sposata e i miei genitori non hanno vita per offrirmi una casa […] Che fa lo stato per me? Le fabbriche non ci sono più, tutto è modernizzato, gli stranieri vengono da noi per costruire altro. E noi che abbiamo fatto? […] In Romania le donne ancora possono lavorare in queste fabbriche, però lo stipendio è quello che è: 200-250 euro. Questa cifra non ti permette di vivere: affitto della casa, alimenti, riscaldamento, mantenere i figli a scuola.

La responsabilizzazione delle donne nell’economia familiare convive con modelli di coppia maschilisti che implicano un diffuso ricorso alla violenza, aggravato dall’alcolismo e dalla crisi delle opportunità di lavoro per gli uomini (AA.VV., 2011). Il background delle migranti del ragusano spiega probabilmente non solo l’arrivo di donne sole, oltre che in coppia, ma anche l’inserimento in un settore di agricoltura intensiva come quello delle serre, in quelle che sono state suggestivamente definite “fabbriche di plastica” (Piro, 2014), una peculiarità non riscontabile nell’esperienza migratoria delle donne dell’Est in Italia. Ma ancora più peculiari sono i rapporti di lavoro di stampo pre-moderno che si instaurano tra proprietari e lavoratori e, particolare, con le lavoratrici, caratterizzati dal ricongiungimento tra luogo di produzione e luogo di riproduzione, da un controllo personale del datore di lavoro sulla vita privata dei dipendenti che può arrivare fino alla pretesa di prestazioni sessuali, con un corollario infinito di abusi (anticipazioni invece della retribuzione completa, “custodia dei documenti”, ricatti di tutti i tipi). L’ambiente malsano, gli orari di lavoro elastici (fino alle 10 ore o più al giorno) per un corrispettivo salariale che ha abbassato drasticamente i livelli diffusi in precedenza, la mancanza di contratti o la decontribuzione completano uno scenario che, tuttavia, non suscita particolari reazioni né in chi lavora, né nell’ambiente circostante. Il tutto accentuato dall’isolamento, dall’assenza di trasporti che consentano di spostarsi verso i centri urbani e i servizi che questi possono offrire, sostituiti da “passaggi” forniti a caro prezzo da tassisti improvvisati (italiani e stranieri). Una familiarizzazione del lavoro che richiama la condizione delle badanti, la cui vita privata è largamente occupata da rapporti di lavoro che pretendono coinvolgimento materiale ed emotivo full time da parte delle lavoratrici, ma che arriva ad assumere nel caso delle migranti delle serre le sembianze dello schiavismo (Ambrosini e Cominelli, 2004; Colombo, 2007).

La testimonianza di una migrante descrive una situazione che sembra essere tutt’altro che rara specie nelle aziende di piccole dimensioni:

Sono partita con l’idea di venire in Italia, perché le mie condizioni di vita in Romania erano impossibili: lavoravo con mio marito come bracciante per un compenso di 10 euro al giorno, abbiamo una figlia di 5 anni e non riuscivamo ad avere i soldi necessari per aggiustare la casa e far vivere dignitosamente la mia piccola. Degli amici ci hanno parlato di un lavoro in provincia di Ragusa, dove si guadagnavano anche 25 euro al giorno […] abbiamo pensato che era la nostra occasione, finalmente potevamo realizzare la nostra casa e avere una situazione economica più tranquilla [… ]Il padrone mette parola su tutto, anche sulle liti con mio marito, e quando è capitato che lui diventasse violento dentro la serra il padrone diceva: ‘non devi fare arrabbiare tuo marito, se ti succede qualcosa io passo i guai […]’. Sono qui da 6 mesi e non sono mai uscita dalla serra, a fare la spesa vanno mio marito con il padrone, altrimenti dobbiamo pagare una macchina (anche 30 euro) e mio marito dice che non possiamo permettercelo. Mi manca mia figlia e voglio tornare da lei ma mio marito non vuole mi dice: ‘devi lavorare se vuoi che tua figlia stia bene’. Non so a chi chiedere aiuto, perché non ho neanche i miei documenti, li tiene il padrone con l’accordo di mio marito (Lavoratrice rumena).

In modo ironico e, di fatto, con una qualche stigmatizzazione per le migranti la situazione è confermata da un sacerdote che gestisce un centro di assistenza.

Il datore di lavoro gli dà il magazzino, ci mette un letto e poi lì avvengono quelli che ho definito ‘festini agricoli’. Cioè a un certo punto la sera il padroncino si diverte, invita gli amici, si mangia, si fa di tutto. Spesso sono separati tra di loro marito e moglie. O venendo in Italia scoprono un altro amore e quindi il marito resta lì. Molti mariti sono alcolisti e quindi la moglie li deve mantenere e arrivando in Italia dice ‘perché devo mantenerlo’. Cioè sta avvenendo una metamorfosi anche culturale e sociale.

Il giudizio dell’intervistato sulla cultura e sulle relazioni tra uomini e donne rumene è decisamente negativo:

Non c’è il concetto di famiglia vero e proprio. A meno che non siano casi rari. Per esempio una signora, col marito, lavorava in un’azienda. Il marito doveva lavorare a 500 metri di distanza dalla moglie che, guarda caso, lavorava col proprietario. Quei 500 metri gli hanno dato fastidio. A un certo punto dice: ‘sai ho deciso di mandare via tuo marito’ e lei ha detto: ‘se mandi via mio marito ma ne vado anch’io’. ‘Se tu te ne vai ti faccio buttare fuori da casa’. Non venuti da me e gli ho detto: ‘digli che ti fa buttare fuori da casa’. Poi ci penso io. Non li ha buttati fuori. Ma quanti sono quelli che hanno il coraggio di parlare? O che trovano una persona che si mette a servizio di questa gente? [ ....]  Spesso anzi capita che i maschi che vengono soli, poi, fanno da protettore di queste donne sole. E lì avvengono le tragedie poi. Quindi malmenate, violentate in tutti i sensi. Io ne ho avute diverse che sono state portate qui perché il convivente o il personaggio di turno l’aveva maltrattata, l’aveva massacrata.

Il contraltare di questa situazione è l’alto livello di abortività che viene affrontato alla meno peggio dai servizi sanitari locali e che non è che un tassello della scarsa cura della salute che caratterizza la vita delle migranti e delle loro famiglie in assenza di servizi o nell’impossibilità di raggiungerli per difficoltà di tempo, di denaro e di mezzi di trasporto. La situazione sanitaria è così descritta dalla fotografa prima citata:

Purtroppo loro arrivano al consultorio quando c’è già un problema. Il problema è normalmente legato a una gravidanza indesiderata. Invece, quando è desiderata non fanno nessun tipo di controllo. Ci sono ragazzine incinte di 16-17 anni che non hanno mai fatto un’ecografia. Non sanno come funziona un parto perché nessuno non gliel’ha mai spiegato.  Quindi, o arrivano perché già c’è il problema o per tumori. Sono molto, molto frequenti ed è un tema che si tratta poco perché è dovuto a una mancanza totale di prevenzione e di informazione. Le utenti sono molto giovani, parliamo di donne di 40-45 anni. Se uno le vede sembrano che ne abbiano 80 perché hanno il tumore in stadio avanzatissimo. Abbiamo avuto casi di signore che in piena notte non sapevano dove sbattere la testa; hanno chiamato me perché avevano delle emorragie impressionanti. Non essendo un medico, chiamavo l’autoambulanza e nel frattempo gli facevo da guida per telefono perché è difficile conoscere le strade lì. Se chiamano direttamente loro non rispondono, non sanno dove devono andare. Riguardo alla prevenzione di coscienti sono coscienti, però se parliamo di preservativi l’uomo non li usa e tra l’altro costano. Comprare le pillole vuol dire: spostarsi, andare al consultorio, perdere una giornata di lavoro, comprarle. Che poi, al di là del costo delle pillole, se loro avessero la facilità di acquisto, forse ci penserebbero e lo userebbero specialmente le più giovani. Il fatto stesso di andare Vittoria, che dista 18 km da Macconi [la contrada dove abitano n.d.r], sembra una cavolata ma non è così perché, non avendo una macchina, devono pagare 25€ per spostarsi, devono prendere un giornata di lavoro. 

Le molestie e i ricatti sessuali o anche il semplice cameratismo nei confronti di donne che si presentano come emancipate sono letti dalla società locale come indicatori di libertinaggio, come propensione delle “straniere” a rubare i mariti delle autoctone e a cercare di arrotondare per questa via i propri salari. Se, come è stato notato (Ambrosini, Sciolla, 2015), i migranti rumeni, pur essendo comunitari sono altrettanto stigmatizzati degli extracomunitari, le donne della stessa nazionalità, specie nell’area indagata, subiscono l’ulteriore stigma di essere considerate licenziose se non proprio prostitute.

 

3.     Madri migranti: tra esperienze transnazionali e stigmi

Nel deserto delle serre vivono un numero imprecisato di bambini cui ne corrisponde probabilmente uno ben più ampio di figli lasciati in patria. La questione delle madri a distanza è stata una delle più dibattute negli studi delle migrazioni femminili (Hondagneu-Sotelo e Avila, 1997; Tognetti, 2004; Ambrosini, 2007b; Ambrosini e Boccagni, 2007; Bonizzoni, 2007; Castagnone, E., Eve, M., Petrillo, E.R. e Piperno, F., 2007; Torre, 2008; Sarli, 2011). Le donne che emigrano, e massimamente quelle sole, si trovano strette tra due alternative entrambe costose per loro stesse e per i figli. La prima soluzione è quella di lasciare i figli nel paese di origine, affidati per lo più ai circuiti familiari cui occorre garantire un flusso di rimesse destinate a sostenere non solo i figli ma, almeno in parte, tutto il nucleo affidatario. Una volontaria ci ha raccontato che a volte prima di lasciare i figli in Romania si stipulano veri e propri contratti, specie se si tratta di suocere o parenti, in cui si promette che si manderanno i soldi per mantenere i figli e questo può diventare un’ulteriore remora a sottrarsi a situazioni di particolare sfruttamento. L’impegno dei familiari, comunque, può risultare alla lunga gravoso e alimentare atteggiamenti di rimprovero più o meno espliciti alle madri emigrate(Hondagneu-Sotelo e Avila, 1997)[6]. L’opzione della maternità a distanza può essere scelta o per la difficoltà di lavorare con i figli al seguito o per garantire loro una condizione meno costrittiva e, soprattutto, la prosecuzione degli studi. Ciò implica, tuttavia, la conseguenza di privare i figli della presenza materna a volte per anni, soffrire della lontananza, condurre di fatto vite parallele che si incontreranno troppo tardi o forse mai. La seconda soluzione è quella di portarli con sé, ma ciò li espone, e tanto più nel contesto indagato, a una vita disagiata, costringe i genitori a spese di accudimento considerevoli, spesso condanna i figli all’emarginazione poiché difficilmente riescono a sfuggire al destino dei genitori. Il dilemma è illustrato chiaramente da una migrante rumena:

Ora hanno incominciato a portare i bambini qua. Ma non è una bella scelta e neanche restare in Romania è buono. Qua se li porti non gli fai vedere la vita. Invece se rimangono in Romania è meglio perché almeno vanno a scuola, giocano con gli altri bambini, hanno contatto con altre persone. Chiusi nelle campagne chi li vede? Quali sono i loro giochi, il pomodoro? Dove trovano altri bambini con cui giocare, se non hai un mezzo per spostarti? Rimangono lì fermi. Ho visto una situazione di una coppia che ha 4 figli piccoli: una volta siamo andati a trovarli e uno dei loro giocava nelle serre, ed io gli chiesi come stava giocando ed il bambino mi rispose che stava piantando il prezzemolo, la verza. Ed io gli chiesi se per lui era un gioco questo e lui mi disse che, se non aveva altri giochi, con giocare almeno si mangia. Ma non è una vita per loro (A. migrante mediatrice).

La carenza di servizi è drammatica. Gli amministratori intervistati ci hanno riferito candidamente che per la scuola materna non è previsto nessun servizio di trasporto dei bambini dalle campagne perché “non è obbligatoria” e per i bambini e ragazzi in età scolare c’è un solo pulmino che gira per le campagne di ciascun comune, ma quando si guasta possono passare settimane senza nessuna soluzione alternativa. Men che mai, in sede pubblica, si pone il problema di nidi o scuole materne dislocati vicino ai luoghi di lavoro e, in generale, di servizi di prossimità per chi contribuisce in modo così imponente all’economia locale. Così descrive la situazione una volontaria:

Parliamo di gente che è abituata a lasciare da soli i bambini. Se i bambini piccolissimi hanno un fratellino più grande rimangono con lui tutto il giorno. La figlia del padrone delle serre sta con i bambini oppure chiamano la cugina della Romania che viene e le danno un salario bassissimo per badare ai bambini. A Macconi ci sono delle siciliane che hanno messo su un asilo dove si pagano 60 euro a settimana. Se un nucleo familiare ha solo un figlio, riescono a farlo questo sforzo di mandarli; se in un nucleo familiare i bambini sono tre allora stanno a casa e la compagna o la moglie non va a lavorare. Il nucleo familiare in questo caso vive con un solo stipendio. Anche se parliamo di 20-25 euro giornaliere e non tutti i giorni lavorano, perché non c’è continuità. Ho visto famiglie che hanno vissuto tutto l’inverno a patate. Non c’è un censimento reale, non si sa quanti bambini ci sono, non si sa quante famiglie ci sono (C. Volontaria).

Qualunque scelta venga fatta dalle madri migranti, non solo implica delle sofferenze per loro e  per i loro figli, ma induce giudizi e colpevolizzazioni, mentre i padri, anche quando ci sono, sono fantasmi che non vengono mai chiamati in causa in relazione ai problemi della genitorialità a distanza.  Anche le volontarie, che pure operano a sostegno delle migranti, ritengono che il rapporto delle madri rumene con i figli sia diverso da quello delle nostre madri.  

Noi abbiamo avuto diverse tipologie di donne e sicuramente verrebbe da dire che non vivono la maternità come la viviamo noi, perché hanno delle reazioni a questa mancanza che a volte ci spiazzano. A volte abbiamo la sensazione che ci sia la totale indifferenza oppure ci chiediamo se loro soffrono per l’assenza dei figli. Però dietro tutto questo ci rendiamo conto che c’è una cultura completamente diversa [...] La cosa che noi spesso notiamo è che alla domanda diretta: ‘Come vivi la maternità a distanza?’ La risposta è: ‘benissimo, va tutto bene’ é [...] I miei figli stanno bene, frequentano la scuola, non gli manca niente!’ Perché focalizzano le loro attenzioni sul cosa  manca, in poche parole sull’aspetto materiale. Poi però noi ci rendiamo conto che dentro di loro hanno una profonda e grande sofferenza che tentano di camuffare: cioè tendono a giustificare la loro assenza perché altrimenti è tutto sbagliato. Loro come meccanismo di difesa cercano di non vedere quali sono gli effetti deleteri della loro assenza. Ci capita spesso di incontrare donne a cui chiediamo: ‘Quanto tempo non senti i tuoi figli? Risposta:’ Un mese!’ Domanda: ‘Come mai?’ Risposta: ‘Mi fa male sentirli, perché ogni volta che li sento sto male io e anche loro’. Questo non è dovuto alla mancanza di mezzi di comunicazione. Però non tutte reagiscono così, altre reagiscono sentendosi più volte al giorno, ma comunque questo non riesce a colmare l’assenza. (C. Volontaria).

Le parole delle intervistate sollevano tre problemi che sono ampiamente presenti nella letteratura sulle madri transnazionali. Il primo riguarda il ruolo diverso che le donne migranti giocano nei modelli migratori, in termini di vantaggi attesi e di costi che ne derivano, sia nei contesti di provenienza che in quelli di arrivo. Il modello emancipatorio occidentale assegna alle donne non solo la responsabilità del sostentamento economico dei figli, ma anche della loro cura fisica e psichica, dei loro sentimenti. Allo stesso tempo, considera le migranti non solo forza lavoro cui si chiede la stessa produttività maschile, ma anche prestatrici di sentimenti, come nel caso delle badanti e delle baby sitter, e corpi sessuati che sono in qualche modo a disposizione e di cui ci si può appropriare, come nel caso delle donne che lavorano nelle serre e nei tanti luoghi dove si continuano a perpetrare molestie sessuali. Ciò spiega perché il venir meno delle donne al complesso di responsabilità di cui sono investite susciti giudizi negativi sia nel contesto in cui lavorano, sia in quello in cui hanno lasciato i figli e induca in loro stesse percezioni di inadeguatezza e sensi di colpa che cercano di colmare con una resistenza abnorme anche a condizioni di supersfruttamento e con flussi di risorse di cui figli e familiari non possono essere che grati.

Il secondo problema è rappresentato dal mismatch, per così dire, tra benessere psicologico e affettivo dei figli e progetto economico delle migranti. Negli ultimi anni, in Romania, come del resto è avvenuto per le migrazioni da altri paesi, la questione dei bambini left behind è diventata un tema mediatico scottante che ha suscitato allarme sociale, in particolare a causa di casi di suicidio di minorenni i cui genitori erano all’estero per lavoro (Castagnone, Eve, Petrillo e Piperno, 2007; Bezzi, 2014). Sono spesso scuole e servizi sociali a denunciare il problema ma, in assenza di misure concrete in patria e nei paesi di arrivo, le campagne si risolvono con la stigmatizzazione del comportamento delle migranti che offrirebbero ai figli consumi invece di affetto e sarebbero portatrici di una cultura diversa da quella puerocentrica idealtipica delle madri dei paesi avanzati[7]. In realtà, il fenomeno non è affatto nuovo nella storia delle migrazioni e il fatto che oggi venga tematizzato come vulnus al diritto dei minori alla cura materna dipende dalla maggiore attenzione che nelle società opulente viene dedicata alla loro qualità della vita. Il problema non sono le differenze etniche nella cultura del materno, ma piuttosto il fatto che, in una società come quella di provenienza delle migranti rumene, la povertà e i modelli tradizionali di famiglia, che prevedono una rilevanza maggiore dei legami e delle obbligazioni parentali, da una parte, possono indurre a drammatizzare meno l’affidamento dei figli a dei sostituti e, dall’altra, a legittimare le compensazioni materiali alle defaillances nella cura materna, secondo una modalità di dislocamento delle relazioni affettive che può implicare una sorta di mercificazione dell’affetto, la repressione delle tensioni emotive e la razionalizzazione della lontananza. Ciò non significa che le relazioni a distanza non siano gravide di sofferenza e che le conseguenze dell’assenza non possano essere drammatiche, tanto da indurre alcune madri ad adottare, come nel caso raccontato dall’intervistata, una strategia del congelamento affettivo, dell’apnea psicologica, che le porta ad allentare la comunicazione o a non vedere il malessere della famiglia lontana (Castagnone, Eve, Petrillo e Piperno, 2007). Significa che i problemi possono essere interpretati e percepiti in modo diverso e avere anche conseguenze più o meno gravi, a seconda dei contesti culturali e sociali in cui si verifica uno stesso fenomeno.

La terza questione attiene al fatto che le strategie di fronteggiamento messe in atto dalle madri possono ridurre notevolmente, pur non annullandoli, i costi della lontananza, come ha messo ampiamente in rilievo la letteratura sulle famiglie trasnazionali (Parreñas, 2001 e 2005; Ambrosini 2007b; Bonizzoni, 2009). In particolare, l’uso massiccio e ormai generalizzato del telefono e di skype, che ci è stato confermato anche tra i migranti del ragusano, offre la possibilità di una comunicazione in tempo reale e a costi minimi che consente di seguire costantemente la vita dei figli, partecipare alla loro vita quotidiana, controllare le scelte e le decisioni che li riguardano, evitando il rischio dell’isterilimento e della stereotipizzazione della comunicazione troppo differita nel tempo (Scidà, 1996). La distanza può venire ulteriormente accorciata dal fatto che la maggior parte dei migranti rumeni una, due volte l’anno, nel periodo di pausa del lavoro nelle serre, torna in patria con gli autobus che vanno e vengono dalla Romania quasi quotidianamente e consentono loro di portare i mille oggetti di consumo con cui dimostrano il loro affetto e riaffermano a se stessi e ai familiari la validità della scelta di emigrare. Non è un caso che la maggiore libertà di tornare in patria viene considerata uno dei vantaggi del lavorare in serra rispetto al badantato, così come la possibilità di tenersi i bambini per chi non può lasciarli. Se alcune indagini mettono in evidenza le conseguenze negative dell’assenza delle madri o di entrambi i genitori, altre sottolineano la particolare resilienza dei figli agli adattamenti che le famiglie transnazionali sperimentano e gli effetti positivi sul profilo formativo e i destini occupazionali delle giovani generazioni in conseguenza delle maggiori risorse di cui possono disporre e delle aspirazioni alla mobilità che queste alimentano (Ambrosini 2007b).  

 

4.    Conclusioni

Al momento, la condizione di sfruttamento e disagio in cui vivono le donne e gli uomini migranti che vivono nella fascia trasformata sembra presentare ben pochi elementi che possano far ipotizzare un’evoluzione positiva, come quella che si è registrata in molte parti d’Italia. La multidimensionalità dei fattori che concorrono a definire la condizione di oppressione dei migranti richiede la necessità di interventi che agiscano su più piani e non solo su quelli che riguardano le dimensioni più visibilmente odiose, anche se occorre considerare le differenze nei rapporti di lavoro, nelle condizioni di vita dei migranti e nei loro interessi e aspirazioni. In particolare, appare indispensabile intervenire con misure specifiche di welfare locale che provengano dalle amministrazioni pubbliche e dalle associazioni non profit al fine di migliorare non solo la qualità della vita dei migranti, ma anche la loro cultura e la consapevolezza dei torti che subiscono e dei diritti che possono rivendicare. Nella stessa direzione può andare l’adozione di misure repressive in grado di avere effetti duraturi nel tempo e che tengano, tuttavia, conto degli effetti perversi che possono provocare sull’occupazione e sulle relazioni tra datori di lavoro e lavoratori.

Occorre assumere un’ottica di responsabilità istituzionale che non affidi la risoluzione dei problemi alla naturale maturazione del processo migratorio, come sembrano fare gli amministratori e i funzionari intervistati. L’accesso sempre più ampio dei migranti ai diritti di cittadinanza è stato conquistato con il loro inserimento nel sistema delle garanzie previsto per i lavoratori autoctoni e con il contributo attivo del welfare locale, là dove enti e istituzioni, pubbliche, private e di privato sociale, hanno espresso un orientamento proattivo di apertura democratica (Gargiulo, 2014). Il degrado delle condizioni di vita e di lavoro produce in chi lo subisce opacità di giudizio, indebolisce la sua capacità di difesa, acuisce l’atomismo sociale e la competizione tra sfruttati, come mostra anche il caso del rapporto tra tunisini e rumeni nel ragusano. Da qui la necessità di attivare misure di empowerment dei soggetti che subiscono violenze e sfruttamento, di creare alleanze sociali quanto più possibile trasversali, che oggi sembrano difficili per un complesso di cause congiunturali e di lungo periodo: la crisi dell’agricoltura e, in particolare, delle piccole proprietà dove si consumano le forme peggiori di sfruttamento, il restringimento delle risorse degli enti locali e dei finanziamenti al non profit in un contesto di tradizionale deficit, materiale e culturale, del welfare locale, la crisi dei partiti e dell’associazionismo riformista che pure ha nell’area una gloriosa tradizione. La presidente dell’associazione di volontariato con cui abbiamo collaborato ci ha raccontato dei vari, e spesso vani, tentativi di avviare tavoli di confronto e intervento tra enti, istituzioni, associazioni, sindacati, forze dell’ordine per elaborare progetti che non siano episodici e affrontino da una molteplicità di punti di attacco la situazione. Le iniziative avviate, tuttavia, hanno ottenuto qualche piccolo risultato e, soprattutto, indicato la strada giusta. Il Solidal transfert, vale a dire un servizio gratuito di trasporto nelle serre, al di là dell’aiuto materiale, offre simbolicamente ai migranti l’idea di un ponte con la società locale e mostra la possibilità concreta di fruire di un servizio come un diritto e non dietro oneroso compenso (Cooperativa Proxima, 2015). Il Presidio Caritas, che ha aperto le sue porte nel deserto delle serre fornendo servizi assistenziali, ha allo stesso tempo dato la possibilità ai migranti, e in particolare alle donne a ai bambini, di incontrarsi, confrontarsi, uscendo fuori dall’isolamento. Allo stesso modo, il servizio post scuola pomeridiano promosso da una cooperativa contrasta, sia pure solo in piccola parte, l’indifferenza di un sistema scolastico locale che si ritiene accogliente solo perché non registra casi palesi di discriminazione, ma non si interroga sulle dimensioni dell’utenza che dovrebbe fruire dell’obbligo scolastico, sulle assenze, sui bambini che, all’improvviso, scompaiono dalla scuola, sullo svantaggio scolastico alimentato dalla solitudine dei lunghi pomeriggi e dei giorni di festa trascorsi dai bambini nelle catapecchie in cui vivono.

 

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[1]
L'articolo riferisce sui primi risultati di una ricerca dal titolo “Spazi sociali transnazionali: percorsi migratori a confronto”, svolta nell’ambito di un progetto FIR 2014 finanziato dall'Ateneo di Catania. Si tratta di un’indagine qualitativa basata su interviste in profondità su traccia sia a testimoni privilegiati (sindacalisti, operatori sociali, preti, imam, amministratori pubblici, mediatori), sia a immigrati tunisini e rumeni, di entrambi i sessi. I comuni della fascia trasformata su cui è stata condotta l’indagine sono Acate, Santa Croce Camerina e Vittoria che al 31 dicembre 2014 avevano una popolazione di 84332 abitanti (il 26,3% della popolazione provinciale).

[2]L'incidenza media della popolazione straniera nei tre comuni è il 13%, ma arriva al 21% e al 26% nei comuni di Acate e Santacroce, mentre è più bassa (9,1%) a Vittoria che, con quasi 64mila abitanti, è il secondo comune più popoloso della provincia, di dimensioni di poco inferiori al capoluogo.

[3] Un sacerdote intervistato nega che ci siano stati molti rientri di tunisini in coincidenza della crisi, ma dice: “Stanno qua sperando che cambi qualcosa. Tanti vengono qua. Io, tra l’altro, sono un punto di riferimento. Quelli per esempio che hanno bisogno di un attestato di residenza, che nessuno gli può fare. Perché abitando nelle campagne cu ci u fà? O ammesso che abbiano la casa, che gli fa? Non è che gli fa il contratto. E allora io faccio l’attestato dicendo io che attualmente questo qui risiede qua [nella casa di accoglienza della parrocchia]. Che è fasullo. Però io gliel’ho detto l’altra volta al Prefetto ‘io lo so che è fasullo, se vuole mi denunci’. Se no questa gente per rinnovare la residenza come deve fare? Altrimenti perde il diritto al soggiorno. Quando perde il diritto, non può stare più qui”.

[4]Va tenuto presente, tuttavia, che oltre i tre mesi la libertà di risiedere in un paese comunitario diverso dal proprio richiede che il soggetto lavori o sia formalmente in cerca di lavoro, mentre per gli inattivi è richiesto l'accertamento di condizioni particolari (studio, tirocinio, au pair, oppure il possesso di autosufficienza economica). Nel caso di lavoratori irregolari, piuttosto numerosi tra i rumeni su cui si è indagato, la difficoltà di dimostrare tali condizioni può impedire la richiesta di residenza anagrafica (Giubboni, 2014)

[5]Il caporalato, a differenza di quello rilevato nelle aree di agricoltura stagionale, si limita alla fase di arrivo e non è altrettanto pervasivo. Sono stati segnalati accordi truffaldini tra intermediari e datori di lavoro, poiché i tre giorni di prova riservati al datore di lavoro presso cui viene collocato il migrante possono essere del tutto fasulli e preludere a una non assunzione (in nero o regolare), già scontata in partenza.

[6]Si veda a tal proposito il bel servizio trasmesso da Speciale TG1 del 14 dicembre 2014  “Figli sospesi”, che raccoglieva le testimonianze di madri a distanza, ma anche di nonne anziane, stanche di assumersi la cura e la responsabilità di nipoti piccoli e adolescenti, che mal sopportavano i continui rinvii del ritorno delle madri, nonostante apprezzassero il miglioramento economico che era derivato dalle loro rimesse.

[7]Silvia Dumitrache, presidente dell'Associazione donne romene in Italia ha portato il problema agli Stati Generali delle Donne al Parlamento Europeo. Circa 750 mila bambini in Romania, su un totale di 5 milioni, hanno almeno un genitore che lavora all'estero e moltissimi tra loro hanno un'età compresa fra 2 e 6 anni; il 15% delle famiglie romene ha come minimo un membro emigrato per lavoro. L'80% dei bambini lasciati a casa, ha spiegato Dumitrache, si ammala gravemente di nostalgia per i genitori, con gravi conseguenze sulla crescita e la personalità. Dal 2005 nel gergo medico internazionale si usa la diagnosi "Sindrome Italia" per indicare una forma di depressione profonda, insidiosa, che mette a rischio la salute e, a volte, anche la vita. In Romania i mass media parlano di oltre 40 casi di bambini che si sono suicidati perché la madre era andata a lavorare a l’estero. Una statistica ufficiale non esiste. Anche i bambini che rimangono a vivere con il padre subiscono contraccolpi psicologici e viceversa, perché il padre rischia di perdere la propria identità (Suraci, 2014).

 

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Rita Palidda

 

 

 


Rita Palidda insegna Sociologia economica e Sociologia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze politiche di Catania. Fra le sue pubblicazioni recenti, Sfida e rischi dello sviluppo locale, FrancoAngeli, 2007; Vite flessibili. Lavori, famiglie e stili di vita di giovani coppie meridionali, FrancoAngeli, 2007 e, nella collana Res, "Lungo le rotte dei camion. Criminalità organizzata e trasporti nella Sicilia Orientale", in R. Sciarrone (a cura di), Alleanze nell'ombra, Roma, Donzelli, 2011. 

In questo numero

Cultura e Società

  • Trigilia su Storia del Banco di Sicilia
  • Livolsi su Pasolini in Sicilia

Immigrazione

  • Scalchi su Integrazione dei migranti all'uscita dallo SPRAR

Politiche Pubbliche

  • Camonita su Cooperazione transfrontaliera Sicilia-Malta
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