StrumentiRes

ISSN  2279-6851

Anno IX | n° 1 | Luglio  2017
 
In Evidenza
E' uscito il nuovo volume della Fondazione RES

"La Storia del Banco di Sicilia"

a cura di Pier Francesco Asso,
edito da Donzelli Editore 

Leggi l'articolo su StrumentiRes


Giovedì 16 Febbraio 2017  ore 10,30
verrà presentato il nuovo numero di

 
presso la Sala Convegni della Presidenza della Regione,
Via G. Magliocco, 46 | Palermo
Scarica il programma

Lunedì 9 Maggio 2016 - ore 16.00
presentazione del libro
"Il macigno" di Carlo Cottarelli 
presso Villa Zito, Palermo

vedi il programma


Esce il 6 marzo 2016 il Rapporto RES

"L'università in declino"

Vai alla scheda

CongiunturaRes
 E' online il sedicesino numero di 
Mafie del Nord
Pubblicato il volume
 
Mafie del Nord
Strategie criminali e contesti locali
 
 
 

Ultimi commenti
Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Salvatore Butera e "La Sicilia che non c’è"

Economia siciliana
Allegati:
Scarica questo file (Asso_SRes_3_16.pdf)[Scarica in PDF]104 Kb

Si pubblica la “Prefazione” all’ultimo libro di Salvatore Butera, La Sicilia che non c’è, di prossima pubblicazione presso Torri del Vento Edizioni di Palermo.

 

Per lo scienziato sociale, ma forse non solo per lui, la Sicilia resta un soggetto sfuggente, spesso contradditorio, talvolta ingrato da studiare. Chi si imbatte nelle vicende dell’isola, siano esse piccole o grandi, recenti o antiche, rischia ben presto di rimanere invischiato in alcune domande, apparentemente semplici, ma dalle quali, una volta afferrati, diventa assai difficile divincolarsi. Cosa ha impedito ad una terra così ricca di risorse, di cultura, di storia, di creatività, che occupa una posizione così strategica, di sfruttare appieno le proprie potenzialità e di trasformarle in una fonte di sviluppo, di modernizzazione, di cambiamento? Perché tanti promettenti esperimenti d’innovazione politica e di programmazione economica hanno avuto in Sicilia una fertile gestazione, per poi troppo bruscamente interrompersi, lasciando spesso un’eredità modesta e forse anche negativa per le generazioni successive? Come mai la fioritura di tante primavere si è rapidamente dissolta e trasformata in torride estati o in autunni umidi e fangosi che hanno reso sterile il raccolto e illusorie le prospettive di mutamento?

Domande non nuove, ma che conservano intatta la loro rilevanza per i nostri tempi e per quelli che ci attendono. Domande affascinanti, per certi versi inquietanti, che in molti hanno invano cercato di dominare, ma anche di eludere o rimuovere, appellandosi ai purismi metodologici dell’analisi economica, sociologica o politologica. Salvatore Butera ci offre, con questo libro, una angolatura diversa per continuare a riflettere su questi interrogativi. Lo fa riannodando fili apparentemente slegati, offrendo all’attenzione del lettore la testimonianza del proprio vissuto; riaffermando l’importanza di ricordare luoghi, simboli, immagini che non ci appartengono più; raccontando storie di tante intraprese grandi e piccole, di attività, di istituzioni ormai scomparse e da tempo dimenticate, ma che sembra opportuno richiamare alla memoria per poter comprendere molti processi degli ultimi decenni che sono alle origini della Sicilia per come la oggi la conosciamo e la viviamo.

Butera si muove in questi contesti apparentemente minori con la padronanza di chi ha acquisito una base non comune di conoscenze su fatti, idee, numeri, andamenti, protagonisti. Di chi, in qualità di direttore dell’Ufficio studi del Banco di Sicilia, di consigliere economico del presidente della Regione Piersanti Mattarella o di presidente della Fondazione Banco di Sicilia ha avuto un ruolo attivo, impegnato, da osservatore privilegiato di molte di queste vicende. Questo gli permette di utilizzare i propri ricordi in una chiave non memorialistica, ma interpretativa; di percorrere un viaggio affascinante che parte dalla rivisitazione dei luoghi vissuti e attraversati per costruire una ermeneutica della storia siciliana, restituendoci con grande sapienza espositiva e letteraria alcuni elementi essenziali che hanno fatto la storia di Palermo e della Sicilia.

I temi, i luoghi, i personaggi, gli avvenimenti che si intrecciano in questo volume sono tanti. Ne ricordo solo alcuni a beneficio del lettore: la trasformazione fisica, economica e antropologica della città di Palermo, delle sue strade, dei negozi, dei luoghi di incontro e di ristoro; l’avvento negli anni cinquanta di una classe di “nuovi barbari” che andò rapidamente a infoltire le schiere dei burocrati, degli impiegati pubblici, dei liberi professionisti; i tanti episodi che dettero vita al “sacco” di Palermo e alla corsa sfrenata alla speculazione edilizia; il fallimento della modernità progettuale dell’autonomia regionale, che ha prodotto dopo le tante speranze iniziali un modello di sviluppo politicamente assistito, capace di sostenere la crescita del reddito senza però costruire attività di impresa e occasioni di lavoro autonomo o di mobilità sociale; la presenza familiare ma al tempo stesso ingombrante del Banco di Sicilia, con i suoi uomini, i suoi uffici, le sue virtù e le tante anomalie; e poi ancora il ricordo personale di personalità di spicco per la storia del nostro paese: Giuseppe Alessi, Don Sturzo, Enrico La Loggia, Pasquale Saraceno, Piersanti Mattarella e tanti altri.

In molti casi, mi pare, le tante piccole storie che Butera ci presenta in questo libro ci riportano a un unico, grande interrogativo. Che cosa è successo in Sicilia alla fine degli anni ’50, fra il 1957 e il 1960 per la precisione, che ha spezzato programmi, contaminato idee, modificato luoghi, demolito speranze, spalancato la strada alla Sicilia che non c’è? Come mai è rapidamente abortito il meccanismo virtuoso legato al ciclo degli investimenti pubblici e privati, rafforzato dalle felici prospettive di una nuova stagione di integrazione internazionale? Come mai cambia di segno il processo di industrializzazione e il modello di economia mista, che tante buone prove e anticipazioni aveva dato anche in Sicilia in ambiti diversi quali l’agricoltura, l’energia, le opere pubbliche, la casa, provocando degenerazioni che impattano sul contesto, sull’ambiente, sui risultati aziendali, sulla mentalità e sul comportamento degli uomini? Sin dagli anni settanta, Salvatore Butera ha scritto pagine importanti su queste vicende. Ora ci ritorna con discrezione, adottando angolature diverse, suggestioni romantiche, a volte nostalgiche, ma mantenendo il piglio severo e risoluto dei suoi scritti giovanili.

Tocca al lettore il compito e il piacere di entrare in questi riquadri, fatti di passeggiate, di racconti, di testimonianze. Qui a me piace suggerire l’interesse per una visione o, se si vuole, per un metodo di indagine che Butera ci offre in questo libro e che, credo, abbia segnato la sua vasta produzione scientifica e pubblicistica. Butera non accetta una certa lettura deterministica, anche autorevole, della storia economica e sociale della Sicilia per cui, banalizzando, partendo da certe premesse non poteva che prodursi l’impossibilità dello sviluppo autonomo, della modernizzazione, di una più razionale distribuzione della ricchezza e del benessere. Al contrario, Butera denuncia con chiarezza, a più riprese nel corso del volume, il rischio di attribuire i mali e le difficoltà dell’isola a una sorgente esterna alla Sicilia: lo Stato, l’incuranza della classe politica nazionale, la forza dei grandi gruppi e interessi industriali e finanziari installati nel Nord del paese, le tradizioni e i caratteri ereditati dalla storia millenaria e quant’altro. Piuttosto, egli sottolinea l’importanza di insistere su quelle che gli economisti definiscono “le variabili endogene” e sulle propensioni che, in prima battuta, le determinano; e cioè sulle origini prevalentemente autoctone dei germi che ne hanno impedito un sano e robusto sviluppo.

Sicuramente Butera conosce bene, e non li trascura neanche in questa occasione, la rilevanza dei “vincoli strutturali” (per utilizzare un’espressione neutra) che sul piano economico e sociale si sono rivelati delle vere e proprie “tare”: anche in queste pagine vengono spesso richiamate le difficoltà ad acquisire e far attecchire una vera e propria cultura d’impresa, una maggiore abitudine al mercato e alla concorrenza, un senso di rispetto civico nei confronti del ruolo (che dovrebbe sempre essere complementare e mai dominante) dell’intervento pubblico; così come viene ricordata l’errata predisposizione di guardare, anche a livello politico, esclusivamente al “Nord”, senza invece cogliere l’importanza di un tessuto di relazioni più strette e integrate con il resto del Mezzogiorno, che la Sicilia non è mai riuscita a stimolare. Sono tutti aspetti non ineluttabili e su cui enormi sono state le responsabilità di coloro che, sul piano locale (e nazionale), hanno rivestito incarichi direttivi ai più alti livelli. Aspetti che Butera ha posto da lungo tempo al centro delle sue analisi. E anche nella riflessione di queste pagine egli non manca di ricordarci che le occasioni per cambiare il destino dell’Isola ci sono state ma non sono state raccolte per la gran parte. Per incapacità, per indifferenza, per scelta, per incompetenza e, naturalmente, per perseguire interessi personali. E l’aver più volte mancato di proseguire lungo i possibili sentieri virtuosi che tante volte (quasi con impressionante regolarità ciclica, verrebbe da aggiungere) si sono aperti sul piano politico, economico e sociale ha finito per produrre La Sicilia che non c’è.

Ripensando, dopo aver letto il libro, a cosa possa evocare questo titolo, mi resta anche una sensazione promettente: mi pare che la mancanza del suffisso “più” alla chiusa del titolo voglia richiamare il lettore anche su un’altra dimensione, più sentita, più positiva, forse evocando la Sicilia che non c’è ancora e il cui manifestarsi è affidato alla generazione presente e a quelle future. Certo molta parte della Sicilia che non c’è che si racconta in questo libro è stata distrutta e non tornerà mai più. Scelgo due esempi molto diversi fra loro. Il primo: in diversi capitoli del libro si ricordano le distruzioni di edifici storici, realizzate dalla mattina alla sera, con la complicità di tanti e nell’indifferenza di molti (e non soltanto a beneficio dei soliti pochi). Il secondo: lo storico economico non può non ricordare la chiusura degli uffici studi delle banche, di cui si parla a proposito del Banco di Sicilia ma che è, peraltro, esperienza ormai generalizzata in tutto il paese. Cioè di centri indispensabili per la crescita non soltanto economica dei contesti in cui operavano, deputati alla produzione di idee, di conoscenza, di relazioni e di sviluppo; ma anche di cultura e di opere destinate a valorizzare il patrimonio artistico e i beni pubblici come aveva notato tanti anni fa Umberto Eco riferendosi all’editoria bancaria.

Detto questo, il tema delle occasioni mancate rappresenta anche un segnale di ottimismo in quanto non esclude, ma comprende, il tema delle nuove occasioni: quelle, ad esempio, che la Sicilia virtuosa ha saputo cogliere anche in questi ultimi difficilissimi anni, procedendo, nonostante tutto, con abilità e coraggio lungo la strada dell’innovazione, dei nuovi modelli di integrazione e di internazionalizzazione, dei tanti, lodevoli tentativi fatti per valorizzare il proprio patrimonio culturale. In questo La Sicilia che c’è non è poi una realtà così diversa dal Veneto, dalla Toscana o dalla Puglia. E’ una terra che quando ha saputo raccogliere e affrontare le impegnative sfide che i nostri tempi ci propongono è riuscita, almeno in parte, a contenere le conseguenze negative del generale clima di declino e di apatia di questi ultimi 20 anni, resi più complicati e imprevedibili dalla più grave crisi economica e finanziaria degli ultimi 90 anni.

Credo che questo libro sia anche dedicato alle nuove occasioni che si potranno presentare per la Sicilia che ci sarà; con la doverosa e preventiva avvertenza che dovremo diventare abbastanza saggi da provare a coglierle senza trascurare il nostro passato, anzi imponendoci lo sforzo di imparare di più dalla nostra storia.

 

Per inserire un commento è necessario effettuare l'accesso.

Pier Francesco Asso

Pier Francesco Asso

Pier Francesco Asso è professore ordinario di Storia dell’economia all’Università di Palermo, Facoltà di Scienze politiche e Direttore di StrumentiRes.

In questo numero

Cultura e Società

  • Trigilia su Storia del Banco di Sicilia
  • Livolsi su Pasolini in Sicilia

Immigrazione

  • Scalchi su Integrazione dei migranti all'uscita dallo SPRAR

Politiche Pubbliche

  • Camonita su Cooperazione transfrontaliera Sicilia-Malta
Accesso