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ISSN  2279-6851

Anno IX | n° 1 | Luglio  2017
 
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E' uscito il nuovo volume della Fondazione RES

"La Storia del Banco di Sicilia"

a cura di Pier Francesco Asso,
edito da Donzelli Editore 

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Giovedì 16 Febbraio 2017  ore 10,30
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presso la Sala Convegni della Presidenza della Regione,
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Le questioni nazionali, il Mezzogiorno e i 150 anni

Cultura & Società

L’anniversario dei 150 anni è occasione per rileggere “questioni” antiche e “questioni” moderne e a ripensare i valori fondanti dell’unità del Paese ...
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La ricorrenza dei 150 anni dell’Unità italiana fornisce uno sfondo più ampio nel quale collocare riflessioni e notazioni su un torno di tempo così lungo ed importante della nostra storia nazionale. E un primo riferimento va inevitabilmente al precedente anniversario, al centenario, celebrato nel 1961 in un clima e in una atmosfera del tutto diversi dagli attuali. Il Paese viveva in pieno il suo miracolo economico e l’anno prima, il 1960, era stato l’anno dell’Oscar alla lira e della staffetta fra Menichella e Carli alla guida della Banca d’Italia Tempi nuovi premevano. La ricorrenza risultò tutta inevitabilmente orientata al grande tema dello sviluppo, sviluppo tuttavia ancora lontano dall’essere raggiunto pienamente soprattutto al Sud e in Sicilia. L’isola viveva quegli anni nell’alternarsi di due prospettive: una arretratezza relativa dura a morire da un lato: basti pensare alle battaglie di Dolci a Partinico o al convegno sul sottosviluppo di Palma di Montechiaro. Dall’altro le grandi speranze innescate dalla nuova industrializzazione e dai progetti di Enrico Mattei. Queste ultime avrebbero rivelato di li a poco la loro sostanziale inconsistenza.

Oggi come sappiamo molte cose sono cambiate e non tutte in peggio, soprattutto sul fronte della lotta alla mafia ed è perciò necessario ribadire in primo luogo, per banale che possa sembrare, tutta la importanza del processo risorgimentale e unitario nella linea che fu di Croce e di Romeo, a scanso di equivoci, di serpeggianti nostalgie neoborboniche e di pericolosi revisionismi che pretenderebbero di rimettere in discussione tutto a cominciare dall’impresa garibaldina.

È evidente peraltro che la ricerca storica (ma solo quella vera) può e deve procedere in ogni direzione nella lettura di atti e di fatti ma è altrettanto evidente che gli sforzi scientifici non devono divenire pretesto per pericolose derive politiche strumentali e funzionali a questa o a quella ambizione, a questo o a quel leader. E particolarmente noi in Sicilia dobbiamo ancora oggi, in pieno secolo XXI, guardarci dalla mala pianta del sicilianismo, una vecchia malattia mai guarita che tende ad esaltare vere o presunte superiorità isolane oggetto di congiure nordiste, di modo che la Sicilia e le sue classi dirigenti risultino sempre vittime innocenti della altrui malevolenza.. È la stravecchia tesi della spoliazione del “giardino delle esperidi” che fa capolino da noi soprattutto nei momenti di crisi e che quindi ancora oggi e sempre si ripresenta sotto le fruste spoglie del rivendicazionismo.

Depressione e arretratezza, contro risorse aggiuntive, così è oggi, così fu ieri nel pur grande momento storico del dopoguerra e della stagione costituente dell’Autonomia, quando con l’art. 38 dello Statuto tuttora vigente si sanzionò, in una norma di legge poi divenuta costituzionale, uno stato di permanente divario fra Sicilia e media del Paese che desse vita a correnti di spesa pubblica aggiuntiva a carattere riparatorio, una forma spuria di nittismo alla siciliana che fra l’altro non ha portato alcun tangibile beneficio alla Sicilia. E quella autonomia può ben oggi dirsi finita nonostante la permanenza di formali istituzioni e di uffici straboccanti di personale, (oltre un centinaio di migliaia di persone a carico della Regione) una risorsa impropria, un ammortizzatore sociale per una terra che sta smarrendo nel frattempo il contatto con la modernità e la post-modernità. Un clima questo dell’odierno anniversario ammorbato da movimenti secessionisti vivi però al Sud come al Nord, che si nutrono della stessa pericolosa vena antiunitaria, anche se non con la stessa virulenza e con pari forza politica.

Quindi l’anniversario inevitabilmente ci fa tornare al sempiterno tema della spaccatura fra il Nord e il Sud del Paese che rimane tuttavia che piaccia o no, ben oltre le impietose notazioni di Fortunato e di Salvemini, uno dei problemi irrisolti del pur nobile moto risorgimentale che portò in Europa e nel mondo moderno l’intero Paese dalle Alpi alla Sicilia. E tuttavia il sacrificio del Mezzogiorno, secondo la indimenticabile espressione di Rosario Romeo, rimane ancora oggi a tanti decenni di distanza uno dei nodi più gravi e allo stesso tempo irrisolti della realtà italiana. Ma anche qui la prospettiva del tempo ci consente di osservare nel lungo periodo con animo scevro e libero da condizionamenti l’andamento delle cose nel nostro Paese.

All’inizio ci fu solo il confronto fra due agricolture, come ha scritto Luciano Cafagna, finito a tutto favore del Nord per ovvie ragioni geografiche prima che storiche. La povertà dei contadini era la stessa al Nord come al Sud come ha scritto di recente Salvatore Lupo ma in Lombardia e in Toscana gli effetti del riformismo teresiano e lorenese non tardarono a farsi sentire su una agricoltura irrigua e catastata già predisposta al mercato. Certo lo Stato liberale non ebbe la lungimiranza di Cattaneo e poi, dopo l’Unità,del progetto Farini Minghetti e cioè di una struttura federale originaria di un Paese fatto di mille campanili e di cento realtà regionali pur nella incontestabile unità di lingua e di civiltà. Sarebbe stata più che legittima e giustificata quella struttura che avrebbe avuto, come è avvenuto in tutti gli stati federali, un carattere originario al posto di un federalismo fiscale da applicare tardivamente ad un paese unito e centralistico ormai da centocinquant’anni. Ma si sa la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, né il vecchio stato liberale seppe fare molto di più per la parte meno ricca del Paese.

Negli anni giolittiani, nei primissimi anni del ‘900, si fece sentire forte l’influenza politica del pensiero di Francesco Saverio Nitti,l’unico fra i meridionalisti classici che riuscì a far uscire la battaglia del Sud dalle sponde della sociologia e della politica e a portarla nell’arido ma necessario mondo dei numeri della finanza pubblica e ad ipotizzare per il Mezzogiorno soluzioni nei settori non agricoli. Vennero approvate ed avviate alcune leggi importanti come quella per Napoli, per la Basilicata, per la Calabria, per l’acquedotto pugliese ed altre.

Ma la vera mazzata alle prospettive meridionali venne inferta dallo scoppio della prima guerra mondiale che mise a nudo fra l’altro la crisi dello stato librale e diede vita all’avvento del fascismo. Ma è anche guardando a quest’ultimo e alle sue realizzazioni soprattutto negli anni Venti e Trenta,ormai nella prospettiva del tempo lungo, che si percepiscono con maggiore evidenza le carenze del vecchio Stato e si percepisce l’avvento delle masse e di una prima ondata di modernità nella vita del Paese. Penso all’ONMI, alle colonie, all’organizzazione della gioventù, delle masse rurali, ai cd enti Beneduce. Ma la tragedia della seconda guerra mondiale strettamente legata con profondi nessi di causalità alla prima (si veda la bellissima testimonianza di Keynes ne “Le conseguenze economiche della pace” di recente riedito in Italia da Adelphi), travolge tutto: E la nuova classe giunta alla guida del Paese si trova di nuovo fra le mani la vecchia questione meridionale. È un momento esaltante forse il più bello e nobile di questa storia fin troppo lunga. L’incontro fra Saraceno e Morandi nella Milano liberata del ’45, il riformismo degasperiano avvieranno nel Sud la nuova stagione dell’intervento straordinario, finito quarant’anni dopo tutti sappiamo come.

La Cassa del Mezzogiorno venne identificata dal Paese come l’immagine stessa dello spreco e del malaffare, eppure gli studi di Saraceno e della SVIMEZ accertarono che il Paese aveva impegnato in quei piani appena mezzo punto percentuale del PIL prodotto in tutti quegli anni. E tuttavia va detto che le politiche pubbliche adottate fin dal 1950 frutto di un nobilissimo dibattito economico non diedero nel tempo i frutti sperati. I vecchi problemi certo sono stati in gran parte risolti ma ad essi se ne sono sostituiti altri non meno gravi e assillanti, dovuti in primo luogo all’avvento delle masse soprattutto nelle realtà cittadine del Sud trasformatesi in megalopoli ingestibili e invivibili, a cominciare proprio da Palermo.Le politiche di sostegno alla domanda applicate clientelarmente hanno finito per generare assistenza, modificando radicalmente le finalità originali volte all’ allargamento della base produttiva nei settori extra agricoli e alla creazione di posti di lavoro.

Ma oggi la situazione è radicalmente mutata. Possiamo senz’altro affermare che la vecchia questione meridionale non esiste più, o almeno che non esiste più come tale, come l’abbiamo conosciuta e studiata nei lontani anni delle nostre passioni. Passioni beninteso sempre contenute nell’ambito del meridionalismo della SVIMEZ e di Saraceno, lontano quindi da ogni forma di assistenzialismo o di attività fuori mercato. Ma la questione meridionale non esiste più non perché sia stata risolta ma esattamente per la ragione contraria. Essa ha perduto la sua stessa identità ed ha generato tutta una serie di gravi e finora irrisolti problemi. Oggi esiste invece nel Paese una questione settentrionale solo in parte coincidente con le rivendicazioni leghiste La rozza politica di oggi, va detto con chiarezza, è ben lontana dall’avere la finezza di giudizio per una analisi fedele dei problemi del Nord. Si tratta in primo luogo di riconoscere il ruolo di traino del Nord produttivo nei confronti dell’intero Paese, Sud compreso, traino che ci ha portati e che ci mantiene in Europa e nell’area dell’euro. Paradossalmente il Sud dovrebbe fare il tifo per il Nord perché prosegua nel suo sviluppo e accresca la sua competitività nei confronti dei nostri partner commerciali non solo europei ma a scala mondiale.

È chiaro che una politica del genere esige da parte dello Stato centrale una azione conseguente i termini in primo luogo di infrastrutture ma anche di sostegni e incentivi che consenta al Nord quei guadagni di produttività che mancano da troppi anni in Italia e che sono indispensabili per consentire al nostro pur forte e combattivo sistema manifatturiero di continuare a crescere. Perché con esso, è evidente, cresce tutto il Paese, anche la parte meno sviluppata di esso, il cui percorso di sviluppo è troppo lungo per essere compatibile con i tempi dell’economia globalizzata di oggi. È il Nord che sta sostenendo il costo più alto per la crisi in corso, è il Nord che dovrà saperne uscir e per proseguire il suo cammino. Oggi la questione settentrionale ha dietro di sé classe dirigente, amministratori locali, progetti, idee, consenso e forza politica, esattamente tutto ciò che caratterizzava negli anni ’50 la questione meridionale, oggi morta e sepolta, una pagina da libro di storia sia pur nobile e interessante.

Restano come s’è detto i problemi gravi, gravissimi del Mezzogiorno di oggi la cui soluzione non pare a portata di mano. Ma essi non danno vita ad una nuova questione meridionale. Il Paese è troppo avanti per fermarsi ad aspettare, non lo ha fatto negli anni ’50 e ’60, e non lo farà oggi. Il Mezzogiorno è solo con le sue tremende contraddizioni in un quadro di economia globalizzata nel quale prevalgono decisamente i valori del mercato, quelli appunto che il Sud sconosce o conosce solo in maniera frammentaria e superficiale. Il cammino quindi sarà lungo, assai più lungo del previsto ed a concluderlo non saranno nemmeno i nostri figli né forse i nostri nipoti.
 

StrumentiRes - Rivista online della Fondazione Res
Anno III - n° 4 - Ottobre 2011

 

Commenti 

 
# giuseppe messina 2011-11-27 11:37 Non viene valutato il ruolo della politica estera contro i paesi arabi e la qualità delle produzioni industriali nel Sud per poter vendere al Nord e un Nord che ha potuto puntare invece sui prezzi.
 

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In questo numero

Cultura e Società

  • Trigilia su Storia del Banco di Sicilia
  • Livolsi su Pasolini in Sicilia

Immigrazione

  • Scalchi su Integrazione dei migranti all'uscita dallo SPRAR

Politiche Pubbliche

  • Camonita su Cooperazione transfrontaliera Sicilia-Malta
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