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Globalizzazione dei margini. Il processo di cosmopolitizzazione di Palermo

Cultura & Società
Si esaminano i processi e le logiche di cambiamento e di trasformazione urbana di Palermo e che stanno alla base della costruzione di innovazioni sul piano delle relazioni e dei modelli culturali...

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1. Il cambiamento di Palermo
Fino agli anni Novanta il panorama urbano e sociale di Palermo è stato spesso associato – dall’opinione pubblica così come dalla stampa internazionale – a quello della Beirut delle bombe e degli attentati. Lo strapotere delle cosche, i morti di mafia per le strade e una evidente difficoltà dello Stato a mantenere il controllo del territorio rendevano plausibile il paragone tra la capitale libanese e Palermo. Tuttavia, gli anni Novanta hanno segnato una rottura e Palermo ha vissuto una stagione di cambiamenti sia sul piano politico che su quello culturale e sociale[1]. Da questo punto di vista, il capoluogo siciliano può essere paragonato ad altre città uscite recentemente da una situazione di forte marginalità per ragioni economiche o politiche come, per esempio, Hanoi dopo la svolta economica del regime comunista vietnamita nel 1986. Osservata da questa prospettiva, Palermo è una città dove le dinamiche della globalizzazione urbana possono essere studiate proprio nel momento in cui cominciano a prendere forma le nuove reti interurbane caratteristiche delle dinamiche di cosmopolitizzazione.

Nella prima metà degli anni Novanta è partito un processo di riqualificazione urbana ispirato alla esigenza di salvaguardare la ricchezza del patrimonio storico-artistico del centro storico, ponendo fine a una lunga fase di abbandono[2]. Nella seconda metà degli stessi anni, le connessioni internazionali della città si sono significativamente accresciute: l’aeroporto e il porto sono diventati snodi piuttosto attivi con volumi di traffico in crescita costante con un leggere declino solo negli ultimi due anni, mentre l’aumento del numero delle strutture ricettive testimonia del tentativo di un nuovo posizionamento della città nel panorama internazionale.

Per comprendere le dinamiche del cambiamento recente della città in una prospettiva che mira alle dinamiche di cosmopolitizzazione – e in particolare all'incrocio fra flussi globali e realtà locali – possono essere considerati cinque aspetti differenti: l’importazione di tipi architettonici e urbani, l’importazione di nuove pratiche urbane, l’ibridazione dei luoghi, la gentrification del centro storico e le logiche di contaminazione o di zona,cioè la creazione di filiere di nuovi luoghi in aree circoscritte della città.

Negli ultimi 18 anni a Palermo sono apparsi nuovi tipi costruttivi che sono quasi esclusivamente il risultato di adattamenti e riusi di strutture esistenti. Tra gli esempi più evidenti dell'importazione di tipi urbani frequenti in altre città vi sono nuovi spazi pubblici; bar, ristoranti e hotel di design internazionale; spazi ex-industriali; luoghi multifunzionali che combinano attività culturali (mostre, danza, teatro, musica) e commerciali (libreria, bar, ristorante, agenzia di viaggi) con forme architettoniche molto diverse. Rispetto ad altre città meno ricche da questo punto di vista, Palermo registra la creazione di molti artefatti con nuove funzioni in strutture riqualificate nel centro storico; questi luoghi ibridi attirano nuove tipologie di fruitori e stimolano nuove abitudini e pratiche d’uso degli spazi urbani che non sempre attecchiscono senza difficoltà e talvolta creano persino notevoli tensioni sociali. I fattori di resistenza e di tensione sono numerosi e molti luoghi (locali e spazi culturali in particolare) sono precari e minacciati nella loro esistenza. Da questo punto di vista è dunque evidente che, nella sua non linearità, quello che stiamo riassumendo non è un processo di omologazione della città.

Le trasformazioni urbane anche a Palermo (come altrove) seguono una logica di contaminazione che produce delle zone o delle macchie di cambiamento. Anche a Palermo, le realizzazioni degli anni novanta hanno chiaramente funzionato come focolai intorno ai quali altri luoghi si sono successivamente aggregati e, prevedibilmente questa logica continuerà a dispiegare i suoi effetti anche nei prossimi anni[3]. Qui non è possibile stabilire un elenco esaustivo dei meccanismi tramite i quali Palermo è diventata una città più cosmopolita. Le vie tramite le quali la trasformazione urbana locale è legata a posti lontani sono infinite e ogni luogo recentemente creato racconta una storia diversa; ci limitiamo in questa sede a rimandare a quattro meccanismi principali: il ruolo del governo locale, la canalizzazione di investimenti e finanziamenti esteri, la mobilità dei giovani e il ruolo dei visitatori stranieri.

L'analisi degli effetti dei flussi transnazionali e i meccanismi ai quali abbiamo accennato ci consentono di mettere a fuoco il ruolo cruciale della circolazione di persone (politici, studenti, turisti, architetti, artisti), capitali (nazionali, europei, extra-europei), idee, tipi e modelli (gli spazi multifunzionali, il waterfront, Barcellona o Berlino, ecc.) nel cambiamento di Palermo. Sotto molti aspetti l’apertura della città ai flussi globali è piuttosto evidente, anche se si tratta di un processo di dimensione relativa: Palermo non è certo un esempio manifesto di città cosmopolita a livello internazionale. Se però ci si situa nel contesto molto particolare della storia politica locale, questo processo di cambiamento acquista un’altra dimensione e un altro valore; un cambiamento di regime urbano, ma anche di forma e di identità urbana appare allora evidente.

L’innovazione urbana a Palermo è una realtà molto fragile. Il potere d’acquisto debole della maggior parte della popolazione – legato al tasso alto di disoccupazione e a un livello di salari molto basso – rende molto problematico il sostentamento di molte delle attività realizzate nei luoghi ai quali abbiamo accennato. La domanda esterna, quella dei turisti, è notevolmente cresciuta nella seconda metà degli anni '90, generando l’aumento dell’offerta di piccole strutture ricettive. Tutto ciò non è però sufficiente per compensare la debolezza della domanda locale. D’altronde il sostegno politico alla creazione e al mantenimento di queste attività è anch’esso incerto e non segue sempre logiche trasparenti. Ciononostante, dopo decenni di forte marginalizzazione, Palermo appare oggi come un sistema di attori e di forme in relazione molto più stretta del passato con il resto del mondo. Questi molteplici legami sono però anche molto deboli a causa di circostanze economiche e politiche diventate ultimamente sempre meno favorevoli.

Tuttavia, senza sottovalutare tutti questi fattori di criticità, possiamo formulare l’ipotesi che il prezioso capitale sociale costituito da una moltitudine di legami deboli possa rivelarsi un’importante risorsa per il futuro di una città come Palermo.

 

2. Differenti generazioni di creatori (e) di luoghi
Il processo di riapertura di Palermo descritto nelle pagine precedenti ha trovato una delle sue principali spinte nel rafforzamento delle infrastrutture culturali cittadine, cioè nell'adozione di una delle strategie della competizione interurbana a disposizione delle élite locali per attrarre visitatori e investitori[4]. Ripercorrendo le fasi principali di questo processo, è possibile individuare almeno due diverse ‘generazioni’ di progettisti e ideatori di eventi e nuove forme urbane.

Una prima generazione di creatori di forme è individuabile in un gruppo costituito da membri dei vertici istituzionali dell’amministrazione e dell’élite intellettuale della città che negli anni Novanta riuscì ad attrarre e orientare cospicui investimenti (in gran parte pubblici) su una rete di eventi, spazi e infrastrutture per la produzione e fruizione culturale: teatri, musei, centri culturali polifunzionali, biblioteche, spazi pubblici di nuova concezione (tra questi l'ex spazio industriale dei Padiglioni Ducrot trasformato ne I Cantieri Culturali alla Zisa; S. Maria dello Spasimo, chiesa semi diroccata utilizzata come spazio polivalente per mostre e concerti; Villa Trabia, ora sede dell’Assessorato alla Cultura e di una Biblioteca multimediale di arte e spettacolo, Piazza Politeama ridisegnata come centro della socialità palermitana togliendo spazio al traffico veicolare).

Di qui si è snodato il percorso di riposizionamento di Palermo all’interno dei circuiti di produzione culturale contemporanea globale e si è proiettata all’esterno (anche attraverso consapevoli strategie di marketing urbano) l’immagine di città dalla forte identità locale ma al tempo stesso aperta alle influenze e alle connessioni con le reti della cultura e dell’arte internazionale. Sulla scia di quanto avvenuto in molte altre città europee a partire dagli anni ’80, in una fase di indebolimento dei legami nazionali e della capacità di controllo della produzione culturale da parte delle entità statuali, l’élite locale palermitana è dunque ricorsa “alla cultura per tentare di creare un senso di appartenenza, di unità, al di là delle divisioni sociali e dei conflitti, per mobilitare le risorse necessarie all'elaborazione di un interesse generale urbano”[5].

In concomitanza con il passaggio di consegne dalla giunta di centro-sinistra a quello di centro-destra, questo processo ha attraversato fasi alterne e il panorama delle nuove forme urbane nel centro della città si è evoluto secondo un ritmo non lineare. Da un lato è possibile individuare elementi di continuità nell’arco temporale che va tra il 1992 e il 2010: ad esempio, nel fatto che la maggioranza dei nuovi spazi siano stati progettati o finanziati – se non addirittura (ri)aperti – già nel periodo della giunta di centro-sinistra; nell'interesse materiale e simbolico concentrato su alcune aree del centro storico (come la Kalsa e il fronte porto); nella presenza di alcuni attori (consulenti per l'urbanistica, la cultura, ecc.) già attivi nella fase precedente.

Dall’altro lato è altrettanto evidente che l’insediarsi della giunta di centro-destra ha determinato alcuni cambiamenti negli interventi di trasformazione urbana innescati dalla giunta Orlando, accelerando alcuni processi e rallentandone o bloccandone altri. Per quanto riguarda le nuove forme urbane ciò ha comportato l’ingresso in una sorta di cono d’ombra di alcuni degli spazi simbolo della precedente amministrazione e il concentrarsi dell’attenzione nei confronti di altri nuovi spazi. Il processo di riqualificazione dei Cantieri Culturali alla Zisa, ad esempio, è stato caratterizzato dal 1997 al 2000 da un ritmo sostenuto, dalla fruizione a cantiere aperto e da un forte impegno nel campo del marketing urbano che lo ha posto al centro della nuova geografia urbana di Palermo insieme al Teatro Massimo e allo Spasimo; successivamente, alla rinascita dei Cantieri è stato privilegiato l’investimento su altri luoghi (ad esempio l’Ex deposito Locomotive di Sant’Erasmo, il Museo di Palazzo Riso o il complesso del Montevergini) scelti per rappresentare il nuovo corso. Soltanto tra il 2007 e il 2008 i Cantieri sono stati oggetto di parziale attenzione con la fase conclusiva del restauro di alcuni padiglioni destinati a ospitare la Scuola di cinema e un Museo di arte contemporanea euro-mediterranea peraltro già previsto nella fase precedente. Inoltre, a Palermo non sembra essere avvenuto ciò che invece è osservabile in altre città in cui la spinta esercitata dai governi locali ha generato dinamiche di attrazione di investimenti e capitali privati e dove il settore pubblico ha svolto una funzione di governance e coordinamento istituzionale. Nel caso di Palermo si registra invece la quasi totale assenza di soggetti privati in grado di (contribuire a) finanziare le trasformazioni in maniera autonoma e un ruolo preponderante del settore pubblico nella distribuzione degli investimenti. Il peso dei bilanci degli enti pubblici nella vita economica della città spiega dunque l’intimo legame tra la genealogia e il ciclo di vita dei nuovi spazi apparsi in città (e delle attività a essi collegate) e il periodico ricambio delle giunte politiche e delle loro scelte e strategie.

Questo dato non va dunque sottovalutato in quanto costituisce, insieme alle traiettorie cosmopolite degli attori e ai flussi di persone conoscenze e modelli, uno dei principali fattori esplicativi dell'esistenza e delle caratteristiche dei nuovi artefatti urbani.

Questa dinamica permette anche di spiegare la presenza di discorsi in apparente contraddizione tra loro: quelli di alcuni testimoni privilegiati che insistono sulla fragilità e reversibilità del processo di cambiamento avviato nei primi anni ’90 da un lato e quelli di molti dei fruitori delle nuove forme urbane che individuano una certa continuità pur osservando un ritmo non uniforme nel cambiamento stesso.

È dunque questo il contesto in cui a partire dai primi anni duemila è emersa una seconda generazione di soggetti, portatori di elementi di continuità ma anche di caratteristiche differenti dalla precedente che permettono di cogliere sia dei legami tra le due fasi del nuovo regime urbano sia di tracciare linee di rottura e discontinuità.

Un primo aspetto da sottolineare è di natura socio-anagrafica: infatti, per una intera generazione di progettisti e creatori di luoghi (oggi tra i trenta e i quaranta anni) – insieme alle opportunità di mobilità per studio o lavoro all'estero – la possibilità di frequentare e di seguire da vicino le produzioni di personalità del mondo della cultura e dell'arte internazionale ha costituito il contesto di formazione e di crescita professionale proprio nel periodo in cui Palermo si apprestava a uscire da un lungo periodo di chiusura e isolamento culturale.

Rispetto agli attori precedenti, lo scarto anagrafico, sebbene sia quello più evidente, non è tuttavia il principale elemento di differenza. Si tratta infatti di una generazione di creatori i cui membri, molto giovani durante quella che può essere definita come la fase di start up del processo di cosmopolitizzazione palermitana, sono cresciuti anche culturalmente dentro quell’esperienza. Questa seconda generazione di creatori, infatti, a differenza di quanto avvenuto nei decenni precedenti, si è già trovata immersa nel suo periodo di formazione iniziale in un ambiente urbano in trasformazione: nuovamente aperto alle relazioni internazionali; incline agli investimenti in cultura; con una ritrovata vocazione a intercettare riferimenti e tendenze culturali esterne e interessato anche a percorsi di rielaborazione in chiave contemporanea delle tradizioni culturali locali; oggetto di un rinnovato interesse da parte dei media nazionali e internazionali.

Per molti membri di questa seconda generazione di creatori, proprio gli eventi, gli spazi e i finanziamenti al settore della cultura e allo spettacolo nel periodo che va dai primi anni Novanta a Duemila hanno costituito in diversi casi un terreno di crescita e sperimentazione dal punto di vista formativo e professionale.

Altrettanto importanti sono stati gli strumenti di mobilità studentesca. Master e stage all’estero sono elementi comuni nel percorso di molti dei progettisti (architetti, urbanisti, designer) e degli animatori dell’imprenditoria culturale palermitana attuale. All’origine di molti luoghi apparsi in città negli ultimi anni emergono percorsi di formazione e di lavoro al di fuori di Palermo, esperienze nell’ambito delle quali si sono formate estetiche e hanno preso corpo idee e connessioni innovative che poi hanno retro-agito sul corpo della città attraverso traiettorie di rientro (a volte temporaneo) per dar vita a progetti di nuovi spazi e forme urbane e, più in generale di reinvenzione del locale in chiave cosmopolita.

Gli strumenti di mobilità (Erasmus, Leonardo) hanno permesso ai giovani palermitani di costituire networks internazionali di persone e accumulare esperienze fondamentali per la costruzione di un immaginario, di riferimenti e di citazioni. Inoltre, per molti siciliani, geograficamente ai margini dei circuiti della produzione culturale europea, l’offerta di voli low cost verso le principali destinazioni europee ha costituito un’inedita opportunità di movimento per seguire eventi culturali di richiamo internazionale e grandi mostre, e ha costituito per i creatori delle nuove forme urbane un’ulteriore opportunità di entrare in contatto con mode e tendenze culturali internazionali.

Le esperienze innovative dei primi anni novanta nel campo della infrastrutturazione culturale e della riqualificazione urbana, pur non incidendo sulle condizioni economiche strutturali alla base dei flussi di emigrazione intellettuale (che hanno ripreso a crescere negli anni 2000), hanno dunque creato, dopo decenni di immobilismo, le condizioni per la pensabilità stessa di progetti innovativi di impresa culturale che fanno di Palermo il proprio spazio urbano elettivo. In questa prospettiva, per molti giovani palermitani la permanenza all'estero rappresenta esplicitamente una parentesi finalizzata alla formazione specialistica, all’ingresso in network internazionali di persone, all'interno di un progetto radicato in Sicilia, progetto la cui realizzazione si carica in alcuni casi esplicitamente del valore della sfida con la scelta di “non andare via e fare qualcosa per la città”.

Le connessioni infrastrutturali e i programmi di scambio comunitari hanno funzionato anche nella prospettiva dell’incoming: nel corso degli anni Palermo ha accresciuto il proprio ruolo di “second city” dotata di una certa capacità di attrazione nei confronti di studenti, professionisti e artisti stranieri.

 

3. Esiti: prove tecniche di economia della cultura?
I processi cui abbiamo accennato in queste pagine sono ancora in corso e dunque non è facile prevederne gli esiti. Emergono tuttavia alcune tendenze che – se adeguatamente studiate – possono facilitare la produzione di ipotesi sulle chance di sviluppo della città a partire dalla sua infrastrutturazione culturale e dal suo grado di connessione con flussi globali di persone, di modelli, di idee e di capitali. Analizzare la trasformazione della città dal punto di vista della cosmopolitizzazione permette di osservare logiche trans-locali non limitandosi solo a eventuali cambiamenti nelle logiche politiche e economiche locali.

In questa prospettiva possono essere osservate alcune dinamiche di crescita di esperienze di impresa legate alla produzione e distribuzione della cultura che hanno trovato proprio nel processo di trasformazione urbana sopra descritto delle condizioni di possibilità e forse di sviluppo futuro. Sebbene si tratti di nicchie (e per di più in fase ancora embrionale), è possibile individuare a Palermo alcune interessanti esperienze di impresa nei campi dell’economia della musica, dell’arte contemporanea, dell’editoria, nate negli ultimi cinque anni. Nicchie, appunto, con un’incidenza irrilevante sulle statistiche dell’economia palermitana, ma che sono meritevoli di studio perché prefigurano l’aggregarsi di nascenti filiere e l’interlocuzione con stakeholder e mercati nazionali/internazionali.
 


[1]O. Soderstrom - D. Fimiani - M. Giambalvo, S. Lucido, Urban Cosmographies. Indagine sul cambiamento urbano a Palermo, Roma Meltemi 2009
[2]
Cfr. S. Butera, Tornare oggi a riflettere sul sacco di Palermo, StrumentiRes - Rivista online della Fondazione Res Anno II - n° 6 - Novembre 2010.
[3]
Il ruolo di luoghi creati da artisti e creativi, in quanto punti di partenza di una dinamica del cambiamento urbano è ormai ben documentato (D. Ley, Artists, Aestheticisation and the Field of Gentrification,“Urban Studies”, n. 40, pp. 2527-2544. 2003).
[4]
Sul ruolo della cultura nelle politiche urbane contemporanee si veda A. Cochrane, Understanding Urban Policy. A Critical Approach, Blackwell, Oxford 2007.
[5]
P. Le Galès, European Cities: Social Conflicts and Governance, Oxford University, Oxford 2002; trad. it. 2006, Le città europee. Società urbane, globalizzazione, governo locale, Bologna, il Mulino, 2006, p. 207.

StrumentiRes - Rivista online della Fondazione Res
Anno II - n° 7 - Dicembre 2010

 

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In questo numero

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  • Trigilia su Storia del Banco di Sicilia
  • Livolsi su Pasolini in Sicilia

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